Nicola Biasi: “Vitigni resistenti e territorio sono il futuro della viticoltura italiana”

(Adnkronos) - Temperature elevate, stress idrico e carenza di piogge. Il cambiamento climatico non è più un concetto astratto, ma qualcosa di tremendamente attuale con cui quotidianamente siamo costretti a fare i conti.

Ci siamo domandati che cosa stia accadendo in vigna, come tutto questo stia impattando sull’annata in corso e quale sia il futuro della viticoltura in Italia e ne abbiamo parlato con l’enologo Nicola Biasi, consulente presso importanti realtà in Toscana, Piemonte, Veneto, Friuli, Trentino e Marche e produttore sulle Dolomiti di un IGT, il Vin de la Neu, prodotto da Johanniter, vitigno resistente.

L’enologo ha appena dato vita alla Rete Resistenti Nicola Biasi, un progetto che punta alla sostenibilità unendo sei aziende agricole in sei territori diversi tra Friuli, Veneto e Trentino: Albafiorita, Ca’da Roman, Colle Regina, Poggio Pagnan, Della Casa e Vin de la Neu. Sei differenti identità che insieme si impegnano a produrre vini di eccellenza accettando, durante questo momento di crisi, di affrontare la sfida della sostenibilità attraverso l’uso di vitigni resistenti - noti anche come PIWI dal tedesco pilzwiderstandfähige, ossia resistenti alle malattie fungine.

Giugno 2022: a che punto siamo del ciclo vegetativo della vite?

Eravamo partiti decisamente in ritardo, però poi la stagione si è allineata e adesso siamo in linea con la fase fenologica rispetto agli standard usuali. Ci sono naturalmente diversità a seconda dei diversi territori, ma, fatto salvo questo e le eccezioni per i vitigni a maturazione più lenta, siamo, più o meno dappertutto, a fine della fioritura e verso l’allegagione: in pratica si stanno formando gli acini che andranno a comporre i grappoli che da adesso in poi cresceranno.

Quindi le temperature più elevate rispetto alla media stagionale, più che un problema in questo caso vi stanno aiutando?

Da un certo punto di vista sì. Se ci ricordiamo, maggio dell’anno scorso era stato molto piovoso e quando piove tanto nel periodo della fioritura si riscontrano più difficoltà: la vite allega meno, cioè fa più fatica a trasformare i fiori in frutti. Invece, ad oggi, questa stagione la definirei super positiva. Il problema è che partiamo molto in deficit di risorse idriche e adesso, che siamo nella fase di massimo accrescimento fogliare, la vite ha bisogno di acqua. Quindi se a breve non piove seriamente - ma deve piovere seriamente non solo 5mm di pioggia! - nei luoghi dove non si può irrigare, anche perché i disciplinari non lo permettono, le piante potrebbero andare in crisi.

Non a caso uno dei temi “caldi” degli scorsi mesi ha riguardato proprio la mancanza di precipitazioni e lo stress idrico delle piante.

Evidentemente è un problema. Veniamo da uno degli inverni che almeno io ricordo tra i più asciutti di sempre: ha nevicato poco, ha piovuto poco, questo e il cambiamento climatico in generale dovrebbero farci riflettere sui disciplinari che vietano l’irrigazione che oramai sono completamente anacronistici. Oggi si irriga per fare qualità non per fare quantità. Il divieto di irrigazione va assolutamente eliminato perché la viticoltura non può essere quella di trent’anni fa quando forse pioveva quasi troppo.

C’è una combinazione di fattori: l’aumento delle temperature, la mancanza di piogge, inverni più secchi, primavere più calde, vorresti spiegarci come tutto questo impatta sul vino?

Impatta in maniera molto drastica.

Se le temperature sono più elevate siamo costretti a vendemmiare prima, ma questo comporta la perdita di caratteristiche che ritengo fondamentali per i vini di qualità: si perdono aromi e acidità, la spina dorsale dei vini.

Oggi ci troviamo davanti ad un problema che è esattamente opposto a quello di trent’anni fa. Allora la difficoltà stava nel riuscire ad arrivare a maturazione e per sopperire al rischio di una scarsa produzione e arrivare a fine stagione con una sufficiente resa per ettaro si piantavano più viti. L’ultimo dei nostri problemi adesso è arrivare a maturazione.

Il cambiamento climatico è in atto, è davanti ai nostri occhi.

Non possiamo avere la presunzione che il vitigno, le tecniche viticole ed enologiche del passato possano andar bene anche oggi. Perché se è vero che è cambiato il clima, allora dove magari un tempo si produceva un grande Merlot o un grande Sangiovese adesso non è detto che con lo stesso clone, con lo stesso portainnesto, sfogliando allo stesso modo, vinificando allo stesso modo, si riesca ancora a farlo.

Il discorso dunque comprende due grandi filoni: da una parte abbiamo la normativa e i disciplinari, dall’altra le tecniche di viticoltura. Cominciando dai disciplinari secondo te quanto sarebbe utile ripensarli e, se necessario, modificarli in base a quelle che sono le esigenze dell’ambiente?

Secondo me sarebbe fondamentale perché non possiamo avere il paraocchi ed essere convinti che un disciplinare fatto vent’anni fa debba per forza andare bene ancora oggi. La fortuna è che i disciplinari vengono decisi o modificati dai produttori, quindi dalle persone che in quel territorio vivono e lavorano quotidianamente. Se da un lato questa necessità dovrebbe esser più che evidente, dall’altro lato il problema è che c’è paura. Paura nel cambiare le cose, perché la tradizione è importante e il mondo del vino vive anche di tradizione e di storicità.

Allo stesso tempo però non dobbiamo dimenticare anche che nel mondo del vino tutte le grandi cose sono nate con una rivoluzione: pensiamo a Franco Biondi Santi che, mentre a Montalcino si coltivava Moscato, decise proprio lì di usare il Sangiovese. Se non fosse stato per la sua intuizione e la sua audacia adesso probabilmente a Montalcino avremmo ancora Moscato. Non necessariamente i cambiamenti, le rivoluzioni, gli aggiornamenti sono a discapito della tradizione.

E dal punto di vista delle tecniche vitivinicole, del lavoro degli enologi e di cantina come si sta affrontando il cambiamento climatico?

Ci sono più aspetti, ma facciamo degli esempi per comprendere meglio la questione.

Immaginiamo di avere il vigneto e decidere di non volerlo espiantare e di non volere neanche cambiare vitigno e portainnesto. A quel punto resta solo la possibilità di lavorare sulla gestione agronomica ed enologica, che però incidono fino ad un certo punto: non è possibile stravolgere l’uva che arriva in cantina o il vitigno o il territorio, si può aggiustare un po’ il tiro. Ad esempio se fino a dieci/quindici anni fa a Montalcino si sfogliava sempre tutto adesso si tende a tenere l’uva più coperta, per avere un po’ più di acido malico. Tutte queste tipologie di interventi vanno bene, però guardando al futuro bisogna pensare anche a qualcosa di diverso.

In Trentino si pianta sempre più in alto: si mantiene il vitigno, si cambia territorio o quantomeno altitudine, per ricreare le condizioni che c’erano trent’anni fa e continuare a produrre grandi Metodo Classico. Anche questo è un ragionamento valido, ma ha un limite: quanto in alto posso spingermi? Le montagne finiscono…si rischia solo di posticipare il problema senza risolverlo.

Secondo me bisogna considerare anche la possibilità di cambiare vitigno: si possono iniziare a studiare e sperimentare sul territorio anche vitigni che oggi non sono così diffusi o che addirittura non sono mai stati coltivati, che in passato per le diverse condizioni climatiche sono stati proprio scartati, ma che oggi possono risultare più performanti e che potrebbero dare frutti interessanti a favore delle Denominazioni e della rappresentazione del territorio all’interno del bicchiere. Questo tipo di ragionamento spalanca la porta ai vitigni resistenti.

Volendo ribaltare l’ottica di questa crisi - da una parte il discorso climatico, dall’altra quello pragmatico legato a rincari e mancanza di materie prime - secondo te c’è modo di utilizzare questo momento difficile in maniera propulsiva e spingere la ricerca verso soluzioni alternative e magari anche più sostenibili?

Si. Noi enologi, noi viticoltori, noi produttori, abbiamo davvero il dovere di restituire qualcosa all’ambiente e quindi credo che un momento come questo, dove c’è anche molta più attenzione del mercato nei riguardi della sostenibilità, potrebbe essere davvero il momento in cui rallentare un attimo e ripartire con un approccio veramente sostenibile.

E, ad oggi, in viticoltura l’unica risposta concreta sono i vitigni resistenti perché riducono drasticamente il numero di trattamenti e di conseguenza l’impatto ambientale della viticoltura.

Sfatiamo un mito: i vini prodotti da vitigni resistenti sono buoni tanto quanto quelli ottenuti da vitigni classici. In passato sono stati messi in bottiglia vini prodotti da vitigni resistenti che erano pessimi, ma l’errore è stato umano, venivano spesso coltivati in maniera inadeguata producendo vini di scarsa qualità.

L’altra cosa bella in questo momento è che il pubblico, rispetto a prima, è più preparato, più curioso e più attento. Oggi quindi chi fa un vino buono e diverso, che risponda anche alla curiosità e alla voglia di novità del consumatore ha una marcia in più per uscire da questa crisi. E quindi largo agli autoctoni, a vitigni nuovi che vengono da altre zone e ai vitigni resistenti che possono regalarci grandi espressioni del territorio.

Come vedi il futuro della viticoltura italiana?

In Italia si fa già una gran bella viticoltura. Dobbiamo continuare, non aver paura di cambiare qualcosa se serve, e fare qualità grazie al cambiamento.

Troppo spesso ci si sofferma sulla varietà dei vitigni autoctoni italiani, tralasciando la nostra vera forza: la varietà di territori, sono questi che dobbiamo comunicare e raccontare, non tanto i vini da varietale, occorrono più Brunello, Barolo, Franciacorta e Chianti e meno Pinot Grigio, Chardonnay, Merlot e Syrah.

Una strategia di questo tipo ci permette anche di affrancarsi dalla sfida del prezzo: il Merlot per esempio si produce anche in Sud Africa con grandi vette qualitative ma con costi che, rispetto ai nostri, sono molto più bassi e che si riflettono sul prezzo finale della bottiglia. Ma un Barolo, un Brunello o un Franciacorta non possono essere prodotti altrove se non in Italia e sul mercato non competono con vini stranieri dai prezzi appetibili.

Anche in etichetta dobbiamo smettere di privilegiare il vitigno: con il mio vino lo sto facendo, ho scritto “IGT Vigneti delle Dolomiti”, non “Johanniter” e al consumatore vendo e racconto un territorio, le Dolomiti.

Nicola Biasi nasce nel 1981 in terra di vini, a Cormons, in Friuli Venezia Giulia. Dopo il diploma inizia la sua carriera presso l’azienda Zuani nel Collio, di proprietà della famiglia Felluga per poi nel 2006 trasferirsi in Australia, dove amplierà le sue conoscenze della vinificazione del Syrah e dei vini bianchi in riduzione. Tornato in Italia approda per la prima volta Toscana a Castellina in Chianti, presso l’Azienda Marchesi Mazzei, ma già nel 2007 riparte alla volta del Sud Africa dove si dedica a Merlot, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. La chiamata dell’azienda San Polo a Montalcino, di cui assumerà la direzione, lo riporta in Italia e di lì a poco assumerà la guida anche dell’altra azienda della famiglia Allegrini, Poggio al Tesoro di Bolgheri. Nel 2012 avvia un progetto tutto suo: il Vin de la Neu. Espianta le mele del nonno a quasi 1000 metri slm per dare spazio ad una varietà di vite resistente, lo Johanniter, grazie a questo progetto vince il Next in Wine 2015, il premio per i nuovi talenti della Vigna Italia assegnato da Simonit&Sirch Preparatori d’Uva e Bibenda. Dal 2016 è consulente enologo per importanti realtà in Toscana, Piemonte, Veneto, Friuli, Trentino e Marche. Viene premiato durante la Vinoway Wine Selection 2021 come Miglior Giovane Enologo d’Italia e durante l’anteprima del Merano Wine Festival riceve l’ambito premio Cult Oenologist 2021, riservato ai 7 migliori enologi italiani, il più giovane di sempre ad aver ricevuto questo riconoscimento. Nel giugno 2022 lancia il nuovo progetto Rete Resistenti Nicola Biasi.

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