"Niente gite fuori porta". Intervista ad Attilio Fontana

Lombardy region president Attilio Fontana arrives attends a news conference presenting a new hospital Ospedalefieramilano to treat coronavirus patients in Milan, Italy, Tuesday, March 31, 2020. The new coronavirus causes mild or moderate symptoms for most people, but for some, especially older adults and people with existing health problems, it can cause more severe illness or death. (AP Photo/Luca Bruno) (Photo: ASSOCIATED PRESS)

Presidente Fontana, oggi il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli si è portato avanti sulla riapertura: 1 maggio a casa, poi dal 16 via libera alla "fase due". Salvo dopo qualche ora frenare e raddrizzare il tiro. Secondo lei quando e come si deve ripartire?

Quando non ci saranno più rischi per la salute dei cittadini. Come al solito la decisione sarà presa dietro indicazioni precise degli esperti scientifici e sanitari, non possono essere prese dalla politica e basta. In ogni caso credo che avverrà una ripresa graduale. Il nostro stile di vita e i nostri comportamenti subiranno inevitabilmente un cambiamento. Dovremo abituarci a proseguire nel distanziamento sociale e adottare tutte le precauzioni che possano evitare ogni tipo di rischio. 

 In Lombardia la situazione qual è?

Siamo in una situazione di stabilità. La crescita esponenziale del contagio si è fermata, e la pressione sui nostri ospedali è diminuita. Speriamo che il dato si consolidi e che la curva dei contagi possa presto iniziare a scendere. Per il momento non dobbiamo abbassare la guardia.

Allora tutto aprile chiuso, perché? Diciamoci le cose come stanno, voi temete le gite fuori porta del 25 aprile e del 1 maggio.

Non posso stabilire una data per i motivi a cui facevo riferimento prima. Sicuramente non credo sia ipotizzabile alcuna gita fuori porta in tempi brevi e per quanto riguarda Pasqua e Pasquetta abbiamo chiesto un rafforzamento dei controlli sulle principali arterie stradali. Spero che i nostri cittadini continuino a comportarsi in modo responsabile. 

Ha visto le immagini di Napoli con la gente per strada? Cosa ha pensato? 

Mi pare fosse Pozzuoli. Ma ovunque accadano episodi simili, si tratta di irresponsabili. Comprendo sia un grande sacrificio quello che ciascuno sta compiendo, ma sono necessari per preservare la salute di tutti e non rendere vani gli sforzi fatti sinora. Ha fatto bene il loro sindaco ad alzare la voce. 

Però lei sa benissimo che in Lombardia c’è un problema enorme strettamente connesso a un tessuto produttivo che non può stare fermo all’infinito. Di certo è ora di rendersi conto che la fase del tutti a casa non può durare a lungo. Non a caso il capo di Assolombarda, Carlo Bonomi, oggi sul Foglio dice che “l’Italia deve riaprire”. Lei è d’accordo?

Comprendo le preoccupazioni del mondo produttivo e le ricadute economiche negative che questa emergenza sta provocando. Ma la priorità deve essere la salute. Poi è chiaro che il Governo deve intervenire con misure efficaci e importanti per sostenere le imprese e consentirgli di affrontare questo momento di crisi. Anche la Lombardia sta facendo la sua parte per aiutare soprattutto quel reticolo di piccole e media aziende, i laboratori artigianali, anche i professionisti della regione. E il nostro contributo di idee anche al dibattito nazionale, sicuramente non mancherà.

Non si riesce a lavorare in sicurezza? Non è pensabile un allentamento per filiere, fasce di Regioni, fasce di età?

Sono decisioni che deve prendere il Governo. Le Regioni non hanno alcun potere in tal senso.

A proposito c’è uno scontro tra lei e il governo. Il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, di: “Da Fontana falsità, ma collaboriamo”. Come risponde?

Io non ho mai detto e non dico falsità. La collaborazione da parte mia c’è sempre stata e sempre ci sarà. Mi sono limitato a constatare che le dotazioni promesse dal Governo non sono arrivate nell’ordine degli annunci fatti. Poi comprendo che possano esserci difficoltà a reperire il materiale, visto che siamo al centro di una pandemia e che tutti gli Stati tendono a trattenere i dispositivi per i loro cittadini, ma la realtà dei fatti è che quanto trasferito dal governo non è mai stato sufficiente. Se non ci fossimo mossi autononamente le nostre strutture ospedaliere in breve tempo non sarebbero state in grado di continuare a lavorare, e questa è una verità che il ministro conosce benissimo. 

Intanto il virus ha fatto esplodere i conflitti fra Stato e Regioni, il dibattito sul Titolo V. Non a caso c’è chi sostiene  che alla fine di questa crisi bisognerà ridiscutere le competenze delle regioni in materia sanitaria perché sono state usate in maniera divergente dalla linea nazionale. Cosa ne pensa?

Sciocchezze! Le emergenze di queste settimane dimostrano esattamente il contrario. Ovvero che serve più autonomia. Basta pensare a cosa avremmo potuto fare in questi anni sul fronte delle assunzioni di medici e infermieri, avendo bilanci in ordine e possibilità di spesa. 

Ultima domanda: non è la prima volta che Borrelli sia protagonista di incidenti diplomatici. Una decina di giorni fa, in un’intervista a Repubblica, parlò di 600 mila contagiati e l’uscita scatenò il putiferio. Lei che ha chiamato Guido Bertolaso  ritiene che il capo della Protezione Civile si sia dimostrato all’altezza del suo ruolo?

Mi chiede due cose distinte e che non hanno alcuna relazione fra loro. Ho chiamato Bertolaso per un progetto ben specifico che è l’ospedale in Fiera Milano e lo ringrazio per la passione e la competenza con cui lo ha svolto, anche rischiando di persona come sappiamo. Per quello che riguarda il capo della protezione civile, la valutazione non spetta a me, ma al Governo che lo ha nominato. Lui riveste un ruolo complicato e impegnativo, quindi è quasi fisiologico che ci possano essere incidenti.

 

 

 

 

 

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