Niente rinvio, il ddl Zan è destinato al muro contro muro

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ROME, ITALY - JULY 13:  Deputy Alessandro Zan participates at the demonstration near the Senate to support Zan Law against homotransphobia, misogyny and ableism, on July 13, 2021 in Rome, Italy. The debate on the Law against homotransphobia, named after Alessandro Zan, its promoter, begins today in the Senate. Collectives and associations of the LGBTQ+ community are calling for the law to be passed without compromises and discounts. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images) (Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)
ROME, ITALY - JULY 13: Deputy Alessandro Zan participates at the demonstration near the Senate to support Zan Law against homotransphobia, misogyny and ableism, on July 13, 2021 in Rome, Italy. The debate on the Law against homotransphobia, named after Alessandro Zan, its promoter, begins today in the Senate. Collectives and associations of the LGBTQ+ community are calling for the law to be passed without compromises and discounts. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images) (Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)

Finisce muro contro muro. Addio allo spiraglio di dialogo sul ddl Zan. Lega, Forza Italia e FdI, più Italia Viva, propongono una settimana di rinvio del voto sul “non passaggio agli articoli” previsto domani in Senato per cercare intanto un’intesa. Ma Pd, M5S e Leu resistono, non vogliono trattare “con una pistola puntata alla tempia”, chiedono la rinuncia a quella che Letta definisce “una pietra tombale”. Il calendario non cambia: al termine di una giornata di trattative accelerate l’accordo resta in alto mare e domani sarà la conta a decidere le sorti del testo contro l’omotransfobia. Il rischio altissimo è proprio quello del voto segreto: i leghisti hanno già pronta la richiesta (servono le firme di 20 senatori), mentre il Pd spera che la presidente Casellati abbia margini per non concederlo.

Ore di riunioni incrociate ed esplorazioni non bastano a far sparire la “tagliola” leghista. Quella minaccia che Letta e il centrosinistra vogliono togliere dal tavolo prima di aprire un dialogo sui punti controversi (libertà di opinione, manifestazioni a scuola e stavolta anche identità di genere). Il centrodestra propone invano il rinvio di una settimana. Il capogruppo leghista Romeo si spazientisce: “Abbiamo offerto un’opzione in più, ci hanno detto di no, va bene così”. Italia Viva è d’accordo sul rinvio (anzi, rivendica di averlo chiesto per prima), anche se i capigruppo Boschi e Faraone hanno garantito ai Dem Malpezzi e Mirabelli che i loro voti non mancheranno. Letta e Renzi si sentono direttamente. Due ore di tavolo convocato un po’ all’impronta dal presidente della commissione Giustizia Ostellari (e disertato da M5S e Leu) si concludono con toni accesi – soprattutto tra Lega e Pd - e nulla di fatto. In serata, la capigruppo rinuncia al rinvio all’unanimità.

E’ la fine di una giornata dove è (ancora) la tattica a farla da padrona. Un gioco del cerino in cui nessuno vuole scoprire le carte. Al mattino in direzione del suo partito Letta rivendica la “linea rigida e determinata” tenuta prima dell’estate e fino a questo momento, che ha consentito di arrivare alle soglie dell’aula: “Adesso però è il momento di cercare un’intesa per portare a casa il risultato, non è una battaglia di testimonianza ma un impegno politico di concreto”. Il Nazareno ha già porto il ramoscello d’ulivo: la disponibilità a trattare anche sull’articolo 1, oltre che sul 4 e 7. Il segretario fa un appello a tutte le forze politiche per evitare il voto segreto: “Sarebbe la pietra tombale sul ddl, uno schiaffo, invece la maggioranza della società italiana lo vuole”. Allarme rilanciato (in solitudine) dall’azzurro Elio Vito: “Fi e centrodestra non chiedano voti segreti, la legge tutela persone da odio e discriminazioni”.

A ora di pranzo parte l’esplorazione di Zan, che ha il mandato di verificare i margini per un accordo ampio: “Modifiche sì, ma senza svendere i principi della legge” avvisa. Vede i gruppi dell’ex maggioranza giallorossa (Nencini a parte) per blindare la road map. L’incontro clou è con i capigruppo renziani Boschi e Faraone, che chiedono il ritorno al testo Scalfarotto – cioè la versione precedente uscita dalla Camera – ma giurano lealtà: “Modifiche condivise, chi dice no si prenderà la responsabilità di affossare la legge”. Il perimetro è tracciato, ma non basta.

In parallelo il presidente della commissione Giustizia Ostellari ha riaperto il tavolo dei capigruppo, convocando – un po’ a sorpresa – maggioranza e opposizione nel pomeriggio. E “invitando” lo stesso deputato Zan, inizialmente non previsto. Si siedono il leghista Romeo, la forzista Bernini, la capogruppo delle Autonomie Julia Unterberger. Ma la mossa spiazza e irrita il centrosinistra: “A che titolo si muove Ostellari?”. A quel punto il Pd, con Simona Malpezzi, va a ribadire che prima si smina il percorso e solo dopo si potrà trattare, mentre il Cinquestelle Licheri e Loredana De Petris di Leu non partecipano. “Sì al dialogo, ma prima il centrodestra deve togliere di mezzo la tagliola – argomenta De Petris – Devono dare anche loro un segnale di disponibilità”. Vogliono un’inversione di metodo, subito.

Già, perché nel frattempo si sparge la voce che la Lega ha pronta la richiesta di voto segreto da presentare in aula e Casellati starebbe già studiando la situazione per decidere. Sale la tensione. Il Pd non cede: una cosa sono i 2mila emendamenti, un’altra la minaccia di far scomparire tutto l’articolato. Dal Nazareno ostentano nervi saldi. A voto palese sarebbe un’altra storia. “Irresponsabile andare in aula senza un accordo” chiosa Faraone. Domani si vedrà.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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