Nino D'Angelo: "Sono fuggito da Napoli quando la Camorra mi sparò dentro casa: volevano i soldi"

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- (Photo: Sergione Infuso - Corbis via Corbis via Getty Images)
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“Io mi sento ancora uno sdoganato che aspetta di passare la dogana. Al premio Tenco le mie canzoni non le conoscono neanche. Andare in tv non è facile. Per anni, mi è stato più facile avere l’Olympia di Parigi, la Royal Albert Hall di Londra o il Madison Square Garden di New York, che un teatro a Napoli”. A parlare sulle pagine del Corriere della Sera, intervistato da Candida Morvillo, è il cantante Nino D’Angelo.

L’artista ripercorre la sua vita e la sua carriera, partendo dall’apprezzamento che le leggenda del jazz Miles Davis espresse per lui.

“Il genio del jazz lo amava. Esiste l’intervista. È il 1986 e, sul Corriere, Davis dice a Paolo Biamonte: «L’altro giorno, ho sentito cantare un italiano che mi ha scioccato: Nino D’Angelo. Formidabile, potrei suonare la sua musica». L’aveva sentito in taxi e s’era comprato tutta la discografia. I flash sono certe scene, ma pure certe risposte di Nino. Tipo: «Mi avvisò il mio bassista la mattina. Fa: “Hai visto che ha detto Miles Davis?”. Dico “ma chi è? Un nuovo giocatore del Napoli?”. Onestamente, questo Davis non lo conoscevo. Sentivo solo i cantanti napoletani. Forse, i Beatles avrei riconosciuto”.

A proposito dei Beatles: anche uno di loro, Billy Preston, incrociò il destino di D’Angelo.

“Stava in Italia e venne lui da me, perché a casa di Miles Davis mettevano le mie canzoni. Io stavo facendo un disco, gli piacque Chicco di caffè, si mise a suonare il piano. E poi l’ha suonata nel disco, c’è proprio lui che suona. Quasi nessuno l’ha scritto”.

Così come, dice il cantante, quasi nessuno scrisse di quando nel 1998 vinse il David di Donatello per la colonna sonora:

“Benigni era candidato con Nicola Piovani per La vita è bella , era il mio avversario e non è che era uno qualsiasi. Ho battuto un premio Oscar, ma pure questo nisciuno l’ha scritto”.

D’Angelo oggi ha 64 anni, è nonno e vive a Roma, lontano dalla sua Napoli. Città lasciata nel 1986 perché, racconta, “hanno sparato due volte contro casa mia”. Alla domanda ‘chi? perché?’, replica:

“Proprio la camorra, volevano i soldi. Vedevano il successo. Telefonavano, minacciavano. La seconda volta, hanno sparato dentro casa, il proiettile è entrato nella stanza dove mio figlio Vincenzo dormiva nel lettino. Siamo scappati in un giorno”.

“Un peccato, perché devo tutto alla città, i napoletani mi adorano: piace che uno di loro ce l’ha fatta senza aiuti”, dice l’artista che poi parla del quartiere dove è nato:

“Ora ho trovato il quartiere come l’ho lasciato: uguale. Guardando la disperazione negli occhi delle persone mi sono messo a piangere e ho pensato che oggi sarei stato vecchio così, coi figli che vivono per sopravvivere. Mi è tornata la voglia di scrivere ed è nato il disco che esce il 15 ottobre”.

Papà calzolaio, sei figli, “io ero il più grande, quello che, quando il papà si ammala, finisci le medie e vai a lavorare”, dice D’Angelo. E continua:

“Nessuno ci diceva che la scuola era importante. A me studiare non piaceva, perché non piaceva a nessuno della famiglia. In terza media, per promuovermi, i professori mi fecero cantare la Marsigliese. Quelli sono posti in cui si nasce per non essere niente [...] Si diventa qualcosa incontrando la cultura. Quando non sai, non ti puoi difendere. Io, grazie al talento, ho conosciuto persone che mi hanno insegnato, anche solo andandoci a cena”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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