Nino Di Matteo fustiga la mafia delle toghe

Federica Olivo
Di Matteo

La logica spartitoria delle correnti della magistratura è “purtroppo molto vicina alla mentalità e al metodo mafioso”. È un j’accuse durissimo quello che Nino Di Matteo lancia dalla sede dell’Anm, al sesto piano della Corte di Cassazione, dove i candidati alle elezioni suppletive del Csm si confrontano, in diretta streaming con i magistrati di tutta Italia. “Ormai l’appartenenza a una corrente o a una cordata di magistrati è diventato l’unico modo per fare carriera o ottenere incarichi”, continua il magistrato siciliano, oggi sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia. 

La sua candidatura, indipendente, è stata fortemente sostenuta da Sebastiano Ardita, consigliere togato di Autonomia & indipendenza, la compagine che fa riferimento a Piercamillo Davigo: “Non avrei mai pensato di candidarmi al Csm - dice parlando ai suoi colleghi - ma nel momento più  duro ho sentito il bisogno di rimettermi in gioco”. 

Nel mirino del pm che ha iniziato la sua carriera nello stesso anno in cui venivano ammazzati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - “ho indossato la toga la prima volta alla Camera ardente allestita dopo la strage di Capaci”, racconta -  il correntismo e le logiche corporative, ma anche la poca incisività con cui i magistrati si sono opposti alla riforma del sistema giudiziario del 2006. La normativa per Di Matteo è stata accettata “supinamente” dai magistrati “forse perché la riteneva fatta da un governo considerato amico”.  

Guardando all’oggi, Di Matteo vede un pericolo: quello che la politica voglia trasformare i magistrati in “squallidi burocrati capaci di fare i forti con i deboli e  i deboli con i forti”. La riforma Bonafede al pm siciliano non piace e non lo nasconde: usa termini duri, che non lasciano spazio all’interpretazione. “Il sorteggio al Csm - dice - sarebbe devastante. È devastante pensare che un magistrato che può erogare ergastoli, disporre sequestri per centinaia di milioni...

Continua a leggere su HuffPost