Nissan-Renault, Ghosn lascia il Giappone dove attendeva il processo e riappare in Libano

Colpo di scena nello scandalo Nissan-Renault: Carlos Ghosn, ex presidente e amministratore delegato del colosso franco-nipponico, ha lasciato il Giappone dove si trovava con un provvedimento restrittivo a Tokyo, ed è arrivato a Beirut, in Libano, a bordo di un jet privato proveniente dalla Turchia. Il 65enne manager di origine brasiliana sarebbe dovuto andare a processo ad aprile a Tokyo per frode industriale e fiscale. La sua sembra essere stata una fuga e non un allontanamento concordato con le autorità nipponiche. La Procura di Tokyo ha fatto sapere che non era a conoscenza della sua uscita dal Paese e ha aggiunto che sta verificando la notizia. Secondo il Financial Times, Ghosn non era più agli arresti domiciliari ma era ancora sottoposto a restrizioni tra cui il divieto di lasciare il Paese. Fonti vicine al manager hanno riferito che l'ex numero uno del gruppo Nissan-Renault "non fugge dalle sue responsabilità ma fugge dall'ingiustizia del sistema giapponese" che non gli consentirebbe di difendersi in modo adeguato. La scelta del Libano non è casuale: Ghosn ha la nazionalità libanese oltre a quella francese e il Libano non estrada i suoi cittadini.
Fin dal suo arresto il 19 novembre 2018 a Tokyo, l'ex presidente dell'alleanza Nissan-Renault-Mitsubishi si è sempre dichiarato innocente e ha denunciato una macchinazione nei suoi confronti da parte dei vertici Nissan. Tra le accuse nei suoi confronti c'è l'appropriazione indebita di fondi aziendali per un totale di 15 milioni di dollari che avrebbe fatto recapitare a una società distributrice di automobili dell'Oman appartenente a un suo socio. Sui legami tra i due, Nissan aveva già avviato delle indagini.
Gli avvocati e la famiglia del manager hanno denunciato le durissime condizioni della sua detenzione in Giappone. A metà novembre Ghosn aveva potuto parlare in videoconferenza con la moglie Carole per la prima volta in otto mesi. Anche i figli avevano lanciato un appello perché ricevesse "un processo equo".