Nixon e i moti del '68 'rassicurano' Trump sul voto

Massimo Basile

AGI - La Seattle del 2020 contro la Chicago del '68, l'assassinio di George Floyd e quello di Martin Luther King, il "Law and Order" di Richard Nixon e quello di Donald Trump, e poi le devastazioni di piazza, i saccheggi, le auto in fiamme e i manifestanti definiti "terroristi". Tra le analogie che emergono con i moti in difesa dei neri che infiammarono l'America più di cinquant'anni fa, all'indomani della morte di King, ce n'è una politica: il 2020 e il '68 sono anni di elezioni presidenziali.

Nixon fu il vero beneficiario delle tensioni

Se qualcuno prefigura la sconfitta di Trump a novembre, l'analisi di quanto accadde a fine anni '60 offre scenari opposti. Nixon fu, in realtà, il vero beneficiario politico delle tensioni sociali: si presentò come simbolo dell'ordine. E lo fece in un Paese spaventato da devastazioni riassumibili in quattro numeri: 125 città messe a ferro e fuoco, 36 morti, 2600 feriti e 21 mila arresti.

Gli americani elessero il candidato repubblicano, ha scritto lo storico David Farber nel suo libro "Chicago '68", mossi più dalla paura che dalla speranza. Il simbolo della svolta repubblicana fu proprio la città più importante dell'Illinois, teatro di scontri violenti: qui i conservatori vinsero in tutte le aree suburbane, conquistando la fiducia di un elettorato progressista che nelle due precedenti elezioni aveva premiato i candidati democratici: nel '60 John F. Kennedy e, nel '64, Lyndon Johnson.

Nixon incarnò la figura autoritaria, garante dell'ordine sociale, ruolo a cui non a caso punta un suo estimatore: Trump. Proprio da Nixon il tycoon avrebbe preso lo slogan "Law and Order", invocato in questi giorni per riportare l'ordine a Seattle, dove i manifestanti e gli anarchici hanno preso possesso del distretto centrale che porta a Capitol Hill, il congresso dello stato di Washington.

Trump, il garante della "maggioranza silenziosa" 

E come Nixon, l'attuale inquilino della Casa Bianca si considera legittimo rappresentante di quella "maggioranza silenziosa" preoccupata da una "possibile", o presunta, "deriva socialista". Ma se le analogie non mancano, ci sono anche alcune differenze: mentre Trump dovrà battere solo Joe Biden, Nixon vinse una corsa a tre. A sfidarlo non c'era solo il liberal e attivista dei diritti civili Hubert Humphrey, ma il segregazionista George Wallace, governatore dell'Alabama che poi avrebbe conquistato l'8,6 per cento del voto popolare, vincendo in cinque stati: Alabama, Georgia, Lousiana, Arkansas e Mississippi.

Nixon sfruttò la sua posizione equidistante, come rappresentante di quell'America moderata, spaventata dall'idea che il Paese potesse scivolare verso posizioni estreme. Nel famoso spot sul "Law and Order" irradiato nelle tv degli americani alla vigilia del voto di novembre, nella rapida sequenza di immagini fotografiche riprese durante gli scontri a Chicago, non comparve nessun volto di afroamericano, ma quelli di studenti che protestavano, insanguinati, mostrando striscioni che invocavano il socialismo, oltre a poliziotti e soldati armati fino ai denti.

Così Nixon convinse l'America

Nixon lanciò un duplice messaggio: alle famiglie borghesi avrebbe garantito l'ordine, a quelle degli studenti il rispetto della legge da parte di tutti, anche delle forze di polizia. Lo slogan "vota come se la nazione dipendesse da te" conquistò milioni di americani. Seppure per alcuni, il Trump del 2020 appaia più simile all'estremismo di Humphrey, il suo mantra sarà ribadire di essere l'unico, davanti alle incertezze dei dem, in grado di ristabilire l'ordine, sia all'interno sia fuori dai confini, in nome dell'America. Nixon volle lanciare un messaggio di pace, unificante. Trump punta sul conflitto. Strade diverse per arrivare allo stesso obiettivo: parlare a quella "maggioranza silenziosa" che alla fine, è convinto il tycoon, finirà sempre per scegliere il "law and order", l'America della legge e dell'ordine.