No vax e altro, di questa Babele violenta il giornalismo porta una qualche responsabilità

·6 minuto per la lettura
09/10/21 Roma. Presidio davanti alla sede nazionale della CGIL all indomani dell assalto da parte dei militanti di Forza Nuova al termine della manifestazione contro il green pass. (Photo: Riccardo De LucaRiccardo De Luca / AGF)
09/10/21 Roma. Presidio davanti alla sede nazionale della CGIL all indomani dell assalto da parte dei militanti di Forza Nuova al termine della manifestazione contro il green pass. (Photo: Riccardo De LucaRiccardo De Luca / AGF)

«Siamo liberi, ma a partire dalle nostre idee», dice Alessandro Sallusti a Corrado Formigli, che lo incalza nell’ultima puntata di Piazza Pulita. Vale la pena di riflettere su quest’affermazione, che forse spiega più di quanto voglia, e racconta un grande equivoco del nostro dibattito pubblico. Il talk de La7 è uno dei più moderati, ma ciò non impedisce che la discussione si disponga in forma binaria, secondo un ormai classico modello contrappositivo. Il conduttore provoca il direttore di Libero: perché, gli chiede, il tuo giornale attacca l’inchiesta di Fanpage, invece di condannare il razzismo e il fascismo degli uomini di Giorgia Meloni? E Sallusti ribatte: perché le tue belle inchieste sono dirette sempre contro esponenti politici a te sgraditi, e non vai mai a ravanare nel bidone della spazzatura della sinistra? E, a conclusione di questa replica, piazza la frase che fotografa un sistema: «Non prendiamo in giro i miei lettori e i tuoi ascoltatori, noi siamo liberi, ma rispetto alle nostre idee, quindi concentriamo le nostre attenzioni e le nostre capacità cercando di smascherare i difetti, o addirittura i crimini, delle idee opposte».

Beata sincerità. O, se preferite, beato cinismo. Comunque le si interpreti, le parole del direttore di Libero fotografano fedelmente ciò che accade nel giornalismo nazionale. Nessuno ricorda una trasmissione dei conduttori considerati progressisti o un’inchiesta dei quotidiani di sinistra che abbia fatto le pulci ai partiti della propria area culturale. Allo stesso modo non troverete nella stampa e nella tv orientate a destra censure e critiche alla Lega, a Fratelli d’Italia e neanche a Forza Italia.

Il conflitto sinistra-destra è ancora la cifra della dieta informativa degli italiani. È uno schema rigido e, in un certo senso, totalitario. Perché politicizza qualunque ambito della vita pubblica, e perfino privata, del Paese. Ce ne offre un esempio la polemica sulle rivelazioni di Ilda Boccassini, che in un libro autobiografico racconta la relazione amorosa, travolgente e segreta, che avrebbe avuto con Giovanni Falcone. Si può pensare che le sue siano inopportune confidenze che offendono la memoria del magistrato ucciso o piuttosto memorie e sentimenti personali che si ha pieno diritto di esprimere, senza che nessuna delle due opinioni contrapposte denoti un pensiero di destra o piuttosto di sinistra. Eppure i punti di vista dei commentatori si dispongono in base alla coloritura politica del singolo media: i quotidiani orientati a destra censurano la Boccassini, quelli orientati a sinistra la difendono.

Ciascuno è libero, ma a partire dai propri apparati, verrebbe da chiosare. Ma lasciamo pure da parte il condizionamento che deriva dall’appartenenza editoriale, o direttamente politica, di molti colleghi, ancorché non siano, l’una e l’altra, irrilevanti. Concentriamoci su quella libertà tratteggiata da Sallusti, che si esprime a partire dalle proprie idee. Siamo proprio sicuri che, così come efficacemente la racconta il direttore di Libero, la postura intellettuale del giornalismo sia correttamente impostata? Siamo cioè sicuri che la nostra debba essere una libertà che si esprime a partire dalle nostre idee, nel senso che queste non definiscano solo le premesse culturali da cui muove il nostro lavoro di indagine, ma anche i suoi confini, il target e, quasi sempre, le conclusioni a cui approda? Messe in questo modo, le idee non coincidono forse con quei pregiudizi cognitivi fondati su percezioni errate o ideologiche, che portano il nostro giudizio sulle cose a una conoscenza distorta e, talvolta, irrazionale?

In realtà la più autentica libertà che il giornalismo dovrebbe perseguire è quella che lo sottrae al preconcetto primato delle sue idee, consentendogli di metterle in discussione e, se necessario, di smentirle al confronto con la verifica della realtà. Poiché è l’indipendenza, non una generica libertà, che qualifica il ruolo del giornalismo in una democrazia, e lo avvicina a quella verità che rappresenta il suo irraggiungibile eppure indefettibile Vangelo. Di tutti i poteri che minacciano l’indipendenza, il più temibile, perché subdolo e talvolta invisibile, è proprio il conformismo delle idee, che recluta e fidelizza i suoi adepti con il rassicurante senso di protezione di un pensiero egemone, e dissuade i dissidenti e i pentiti con la forza delle sue scomuniche.

Che conseguenza ha il fatto che i giornalisti italiani più autorevoli e più visibili, quindi più dotati di voce, quindi più decisivi nella formazione di un’opinione pubblica, siano quasi tutti etichettabili dentro una geografia culturale e politica precisa, a partire proprio dalle loro idee? E che invece i giornalisti non catalogabili nettamente da una parte o dall’altra siano anche i meno esposti e finiscano per parlare a segmenti molto stretti di società, coincidenti con le élite?

La risposta a queste domande sposta la questione dal giornalismo alla democrazia e si carica di urgenza di fronte alle immagini della guerriglia urbana dei no vax, che scuote e offende la fragile ripresa civile del Paese, dopo la notte del virus. Ci accorgiamo così, come notava Ezio Mauro ieri su la Repubblica, che la nostra pubblica opinione manca di una struttura autonoma e consiste invece nella giustapposizione nello stesso spazio pubblico di opinioni private in lotta tra di loro. Potremmo dire che siamo tutti liberi di fare a botte, a partire dalle nostre idee, cioè in nome dei nostri pregiudizi, rinunciando ciascuno a comprendere le ragioni degli altri. Ma dovremmo a questo punto prendere atto che di questa Babele violenta il giornalismo porta una qualche responsabilità.

Senonché, la crisi del racconto non è più una malattia che il giornalismo stesso possa curare da solo. Per l’intrinseca debolezza culturale che abbiamo fin qui raccontato. E perché non è più una questione da affrontare nel recinto corporativo di una categoria professionale. Ma è la più grande urgenza politica del Paese. Non solo perché - come ci ricorda il filosofo Salvatore Veca, scomparso i questi giorni, nel suo ultimo libro «Il mosaico della libertà» -, il tratto distintivo dell’essenza democratica è «l’ampiezza, la densità e la ricchezza dello spazio pubblico». Ma perché l’eclissi del Parlamento e l’implosione della giustizia consegnano all’esecutivo e al giornalismo le sorti della democrazia.

Dei quattro poteri qui considerati, il giornalismo è l’unico che non ha riconoscimento e protezione costituzionale. Ciò lo fa insieme più forte e più debole, cioè più irresponsabile e meno protetto. Che sia o no la Costituzione una leva per dargli strumenti pari alle responsabilità che la storia gli assegna, resta il fatto che il futuro delle società è nelle mani di chi le racconta. Vuol dire che il problema della democrazia è sempre più tutelare e sostanziare quella libertà che, come sottolinea Sallusti, parte dalle proprie idee. Affinché non generi apostoli di una supposta verità, ma professionisti del dubbio.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli