Noa vuole salvare l'umanità con la sua 'Arca'

Oscar Gonzalez / NurPhoto / Afp

AGI - “Non mi piace mettere etichette o porre limiti: sono una musicista, una cantautrice e sono molto libera nella mia interpretazione. Cerco di fare buona musica. Come diceva Duke Ellington, c'è la buona musica e tutto il resto”.

È una dichiarazione d'intenti cui Noa non è mai venuta meno, in trent'anni di carriera. E per celebrare questo lungo percorso artistico, e di attivismo politico, ha scelto l'Italia, terra alla quale è molto legata, fin dagli esordi: è qui che si terrà il festival "L'Arca di Noa".

Cinquantadue anni, di una bellezza aperta e solare, ammantata di un fascino mediorientale, la cantante israeliana - vero nome, Achinoam Nini - sta per sbarcare di nuovo nel Bel Paese, destinazione Arona, cittadina affacciata sul Lago Maggiore dove il 17, 18 e 19 giugno si terrà il suo festival ‘L'Arca di Noa'.

Dear friends: We finally have our own festival!! NOA's ARK 17-19 June, in beautiful Arona, Italy. An amazing group of musicians from Israel, Palestine, Italy and the US. tkts are 5 euro only and all income will be donated to charity.
Join us! ❤️❤️ https://t.co/4tZ8gfLLcj pic.twitter.com/649jCf3zPA

— Noa (Achinoam Nini) (@noasmusic) June 8, 2022

“Sono molto, molto felice”, racconta all'AGI, sorridendo, seduta nel giardino di casa sua, fuori Tel Aviv. “Il luogo non è famoso come Stresa, ma Arona è incredibilmente bella e ci esibiremo nel Parco della Rocca Borromea. A causa del Covid abbiamo avuto molti problemi, ma alla fine ce l'abbiamo fatta. Ho pensato che sarebbe stato bello organizzare un festival in Italia di cui fossi la direttrice artistica e ho deciso che il primo sarebbe stato una celebrazione dei miei 30 anni di carriera”.

"L'Italia ha avuto un'enorme importanza nella mia vita, come nessun altro Paese in cui mi sono esibita”, ricorda la cantante, mostrando una parete piena di premi e attestati. “Il più importante è questo”, sottolinea, indicando l'onorificenza a commendatore dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana consegnatole dal presidente Sergio Mattarella nel 2018. “E poi l'album di canzoni napoletane, Roberto Benigni e ‘La vita è bella', il Papa, ho cantato per tre di loro, un record…”.

Ed è così che è nata la rassegna l'Arca di Noa, una citazione biblica che richiama il periodo difficile che stiamo vivendo: “Di questi tempi, sembra che siamo tutti in un grande diluvio che minaccia di travolgerci. L'arte e la cultura sono il Dna dell'umanità, ne sono convinta, e devono essere preservati sull'arca esattamente come Noé ha fatto con gli animali”, sottolinea Noa.

Preceduta il 16 giugno da un dibattito in piazza sulla pace al quale parteciperanno anche Padre Enzo Fortunato, esponenti di Emergency e il sindaco di Arona Federico Monti, la rassegna presenta un fitto programma musicale: la prima sera, intitolata “Dona Novis Pacem”, ospiterà il Polyphony String Quartet con Beshara e Adi Harouni al violino e al pianoforte, un organico proveniente da Nazareth e formato da musicisti palestinesi israeliani; a seguire, salirà sul palco ‘l'artista della sabbia' Sheli Ben Nun per una performance congiunta ispirata alla musica barocca.

Il 18 giugno verrà celebrato il forte e bellissimo rapporto di Noa con l'Italia in "Quanto t'ho amato", una doppia serata musicale che prevede, per iniziare, la sua performance con Gil Doron insieme ai Solis String Quartet in una selezione del miglior repertorio napoletano; a seguire, la cantante sarà ospite del trio guidato dal premio Oscar Nicola Piovani con alcuni brani mai eseguiti e registrati finora.

Per l'ultima serata, il 19 giugno, il protagonista sarà il jazz con un programma dal titolo "I miei amici geniali" che vedrà sul palco Noa e Gil insieme a una formazione composta da Ruslan Sirota al piano, Omri Abramov al sax ed EWI, Daniel Dor alla batteria e Guy Bernfeld al basso.

Come racconta l'artista israeliana, “l'idea è di mettere in evidenza il meglio della nostra arte e cultura e dare loro uno spazio dove possano sopravvivere e andare avanti. Come se fosse una riserva naturale”.

"A volte – scherza l'artista israeliana - dico a Gil che ho questa terribile sensazione che siamo come specie a rischio. Parlo di quelle persone che amano la natura, l'arte, gli esseri umani, che non vogliono essere robot, che non sono interessati a questo tipo di cultura aggressiva e super ambiziosa, orientata al consumismo. Io sono l'opposto, queste cose non mi interessano. Non c'è niente che faccia che non senta profondamente, non c'è altra ragione a spingermi che non sia far pensare, provare emozioni alla gente, perché apra mente e cuore. Non sono mai stata in grado di vedere la musica come un business o un mezzo di autopromozione”.

Per Noa, “l'arte non può essere lasciata alle forze del libero mercato, capisco che ve ne sia di commerciale, ma non può avvenire alle spese di un'arte ‘pura'. Ed è per questo che musei, orchestre, teatri dell'opera, devono essere finanziati dallo Stato. Parallelamente, bisogna educare le persone, all'arte, come a tutto il resto. Vale contro il razzismo, la xenofobia ma anche nella lotta al cambiamento climatico”.

Parole dette con convinzione, e messe in pratica quotidianamente, in prima persona. “I biglietti del concerto ad Arona – sottolinea - costano 5 euro, chiunque deve essere in grado di venire, l'arte non dovrebbe essere solo per le élite ma accessibile a tutti. E la metà del ricavato andrà a un'organizzazione strepitosa attiva in Israele che si chiama ‘Parents Circle Families Forum', sono famiglie in lutto, israeliane e palestinesi, che lavorano insieme”.

“C'è una mia canzone che si chiama ‘Guardami', nell'album ‘Lettere a Bach', di cui sono molto orgogliosa: sono stata ispirata da queste due donne che si guardano e insistono nel vedere la reciproca umanità oltre il muro. Sono splendide perché hanno sofferto così tanto per questo conflitto e nonostante tutto persistono, a lavorare insieme e dare ispirazione, andando in giro nel mondo, parlando nelle conferenze, nelle scuole. Dicono, ‘guardate quello che abbiamo perso, nessuno dovrebbe passarci, dobbiamo trovare un modo di vivere insieme, dobbiamo piangere insieme e poi anche ridere insieme'. Credo nel lavoro che fanno, dovrebbero essere elevati a simbolo in questo Paese”.

La cantante non si tira mai indietro, dice sempre quello che pensa, a rischio di essere impopolare e diventare un bersaglio. E questo succede. “Sono considerata una figura controversa, ho criticato molto il governo, la gente qui non lo ama, sono molto nazionalista. Allo stesso tempo, io sono una sionista nel senso che amo Israele, è il Paese dove ho scelto di vivere. Ed è per questo che sono così impegnata a lavorare per la pace, cercando la convivenza: voglio vivere qui, non voglio andarmene, c'è un enorme potenziale”, sottolinea.

“Non sostengo il movimento di boicottaggio di Israele, sono fortemente contraria perché non credo che questa sia la strada. Sono critica nei confronti dei governi che sono contro la pace, ma sostengo fortemente Israele, non penso come fanno alcuni della sinistra europea che dovrebbe sparire. Lo amo e lo rappresento sui palchi di tutto il mondo, con la bandiera israeliana, ma lo faccio mettendo la pace, la coesistenza e gli uguali diritti di fronte a tutto, sono le cose in cui credo. E sono convinta che questo posto, con la pace, possa essere splendido: la quantità di creatività, energia, bellezza, storia, è unica”.

Entusiasta, generosa, piena di passione e speranza, l'artista è tuttavia ben consapevole di quanto avviene intorno a lei e non fa sconti a nessuno. “La situazione è preoccupante”, riconosce Noa, guardando a una società israeliana fatta “come di tante tribù, in conflitto le une con le altre”. “Abbiamo fatto molti progressi ma c'è ancora molta strada da fare. Penso che il problema maggiore oggi sia la crisi d'identità: lo Stato d'Israele si autodefinisce la ‘terra degli ebrei' ma c'è un 20% della sua popolazione che non lo è. E non parlo dei palestinesi che vivono nei Territori occupati, mi riferisco agli arabi d'Israele, che sono cittadini israeliani e che ora sono anche al governo”.

“Penso che il Paese debba veramente evolvere, smettere di sentirsi una vittima, come giustamente gli ebrei si sono sentiti per le persecuzioni che hanno subito per generazioni. Ormai abbiamo uno Stato: è forte, stabile, il mondo ci guarda con ammirazione, ma è anche spesso critico verso alcune cose che facciamo e posso capirlo”.

Per l'artista israeliana, “bisogna dare uno Stato ai palestinesi e non sarà facile, dobbiamo farlo a costo di grandi compromessi in modo che entrambi possiamo vivere insieme qui”.

Dopo anni di governi israeliani guidati da Benjamin Netanyahu – “non è un segreto che non sono una sua fan e che sono stata attiva nelle dimostrazioni contro di lui” – ora c'è una fragile speranza: un'ampia coalizione di governo, guidata da Naftali Bennett, che riunisce partiti di destra, sinistra e centro, insieme al partito islamico Ra'am. “L'esecutivo che abbiamo adesso è abbastanza un miracolo ma è molto instabile, un qualsiasi soffio di vento e può crollare”, commenta la cantante, che definisce “stupefacente” la partecipazione degli arabo-israeliani, la prima volta in assoluto nel Paese, a un governo guidato da un premier di destra: “Qualcosa che non sarebbe potuto succedere alcuni anni fa”.

Non è certo un paradiso, "grandi compromessi" sono all'ordine del giorno, ma “l'alternativa – il ritorno di Netanyahu – mai! Quindi sono disposta a ingoiare un sacco di rospi per almeno provare ad andare avanti, perché ci sono altre cose positive. Ci sono stati gli Accordi di Abramo con Emirati e Bahrein, di recente il summit del Negev, la Cop27 che si terrà a Sharm el Sheikh e la cooperazione regionale sulla lotta al cambiamento climatico. Ci sono cose positive che accadono e magari questa dinamica alla fine porterà a una maggiore capacità di guardare ai nostri vicini palestinesi. È più facile per noi guardare agli arabi che sono lontani che a quelli accanto a noi. Penso che siano stati fatti molti errori da parte di entrambi i popoli, da tutti, tenendo le due parti divise, invece che imparare gli uni sugli altri, sedendo insieme, ascoltando le rispettive narrative. È per questo che sono così coinvolta in diversi progetti che riuniscono le persone”.

La gente si innamora di Israele perché c'è tanta passione, ma non dobbiamo essere ciechi davanti ai grandi problemi che abbiamo: è come una bella donna che però ha una dipendenza da droga o alcol. Abbiamo un problema e dobbiamo essere abbastanza coraggiosi per affrontarlo. Siamo forti a sufficienza. Quello che non sopporto sono le scappatoie, quelli che cercano di nasconderlo, non funziona. Sta a noi, a ciascuno di noi. Io faccio la mia parte, con la mia musica, la mia arte, il mio lavoro umanitario”.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli