Noi eletti, lui no. Assedio politico a Giovanni Tria, "una manovra alla Monti non gliela votiamo"

Pietro Salvatori

"Tria faccia il lavoro per cui è pagato". Se ci fosse un termometro davanti l'ufficio del ministro dell'Economia e una tacca rossa a segnalare la soglia di guardia, il mercurio l'avrebbe superata abbondantemente. Il vertice economico di ieri ha lasciato pesanti strascichi. Il titolare di via XX settembre non si sposta di un millimetro dall'1,6% come tetto massimo del rapporto deficit/Pil utilizzabile nella prossima legge di bilancio. Lega e Movimento 5 stelle non intendono scendere sotto il 2%, decimale in più, decimale in meno. In ballo quella decina di miliardi in più da spendere per i rispettivi progetti elettorali, tra reddito di cittadinanza, flat tax e riforma delle pensioni.

"Con l'1,6% non puoi fare nulla, hai le mani legate", spiega una fonte governativa M5s. La stessa che assicura che il numerino che sarà apposto sulla nota di aggiornamento al Def entro il 27 settembre non sarà quello: "È improponibile, ma sarà comunque rassicurante per i mercati". L'assedio intorno a Tria è serrato. I vertici 5 stelle hanno iniziato a picchiare duro. "Non è stato eletto – la linea – non ha un voto in Parlamento, deve fare ciò che è stato chiamato a fare, vale a dire far rispettare il contratto di governo". Il Movimento mobilita i parlamentari, la strategia è chiara: iniziare a far passare il mood del ministro tecnico che invischia le legittime aspirazioni di una maggioranza dall'enorme consenso nel paese. C'è poi la critica più puntuale: "Il problema è che il ministro ha lavorato prima sul tendenziale, prendendo solo dopo in esame la parte politica della manovra. Ma non ha capito che il metodo deve essere esattamente ribaltato".

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