Noi, i ragazzi del Covid fuori stagione

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Ce l’avevamo fatta, o quasi. A marzo 2020 ci siamo diligentemente chiusi in casa, abbiamo tirato fuori lievito e farina, tenute ginniche e pile di libri rimasti sul comodino “per quando avrò tempo di leggerli” (be’, finalmente di tempo ce n’era eccome). Abbiamo cantato sui balconi, pianto mentre l’esercito sfilava per le nostre città, atteso per ore che Conte ci dicesse cosa fare e non fare delle nostre vite.

Poi abbiamo rimesso il naso (invisibile dietro la mascherina) fuori casa in punta di piedi, come si fa per testare la temperatura dell’acqua ai primi bagni al mare: con cautela, timore e un po’ di disagio. Ci siamo lentamente riabituati a una normalità a singhiozzo, fatta di sprazzi di libertà alternati a zone che si tingevano di rosso, pranzi di Natale tra pochi intimi (pardon, congiunti) e uova di Pasqua aperte su Zoom.

Abbiamo prestato tre volte il braccio al vaccino, chi con entusiasmo e chi con titubanza, tutti con la stessa speranza: quella di poter dire finalmente “è finita”, di parlare della pandemia al passato, di poter ripiegare e mettere via gli striscioni con gli arcobaleni, consapevoli che non è andato tutto bene ma qualcosa di buono alla fine è arrivato.

E invece eccoci qua, noi, quelli del Covid fuori stagione. Letteralmente, in un’estate in cui il coronavirus è l’ultimo dei pensieri, rassicurati dal caldo e dagli spazi aperti perché “è come l’influenza, peggiora solo d’inverno”.

Al primo starnuto abbiamo dato la colpa all’aria condizionata. Ma al primo accenno di mal di gola due domande ce le siamo fatte, eccome. Due linee di febbre e via di corsa in farmacia, la verità schiaffata in faccia da quella seconda piccola ma infida linea rossa.

Quando guardi il test un po’ di senso di colpa lo provi. Lo senti perché pensi che avresti potuto fare più attenzione, ripassi nella memoria tutti gli aperitivi che avresti potuto evitare, tutti i weekend fuori porta in cui chissà quante persone hai incrociato, pensi a tutte le volte che avresti potuto indossare la mascherina anche quando non era necessario (la legge parla chiaro e le sue maglie si sono allargate parecchio) ma solo raccomandato.

Noi siamo quelli del contagio fuori tempo massimo, quando alla pandemia non pensa più nessuno (tolti i virologi che delle comparsate in TV e sui giornali, a fare allarmismo o a spegnerlo, hanno fatto una professione a sé). Guerra, vaiolo delle scimmie, casi di cronaca vari ed eventuali hanno preso il posto del virus sulle prime pagine dei giornali e l’estate, la vita normale che ci mancava come l’aria si è fatta spazio nella nostra testa. Abbiamo dimenticato, abbassato la guardia. Abbiamo imparato a dribblare una variante dopo l’altra, a perderne il conto (Alfa, Delta, Omicron…) e in fondo a fregarcene (comprensibilmente e umanamente) un po’.

Pensavamo di averla scampata, lo pensavamo in tanti: oltre 10mila ieri, 13 giugno, secondo un bollettino che ormai leggono solo al Ministero della Salute e nelle redazioni giornalistiche. Forse un’occhiata a questi numeri dovremmo darla tutti, invece. Per non dimenticare, per non far finta che il Covid non esista più.

Tutto mentre tiriamo fuori lievito, farina, tenute ginniche e pile di libri (gli stessi del 2020, siate sinceri). Buona quarantena a tutti.

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