Nomadland e la fine del sogno americano, e di come noi abbiamo sognato il sogno americano

·Giornalista, scrittore
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Hp (Photo: Hp)
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La visione di Nomadland, reduce dal trionfo negli Oscar, trasmette sconforto e angoscia. Perché spezza, anzi frantuma le fondamenta del sogno americano, o se si vuole di come noi abbiamo sognato il sogno americano. Una bomba ha scardinato i pilastri della società, del lavoro, delle relazioni umane, dell’economia, dell’industria, come svuotati da un terremoto che ha reso il paesaggio americano irriconoscibile e nemico.

Si viene gettati in una condizione di nomadismo esistenziale e di marginalità disperata che non ha niente a che vedere con l’impulso americano a muoversi, ad abbandonare la certezza delle radici per andare, spostarsi, perdersi, inseguire mete nuove, scavalcare le frontiere.

Nomadland non è il cammino avventuroso dei pionieri che spostano con forza un po’ più in là un confine sempre mobile e precario. Non è la sfida di Jack Kerouac a percorrere la strada con spirito anarchico, ribelle, disordinato, alcolico. Non è neanche, malgrado le apparenti somiglianze, la carovana disperata e immersa nelle tempeste di polvere di “Furore” di John Steinbeck, dove si cerca l’Eldorado Ovest per fuggire dal cataclisma della Grande Depressione. No, qui c’è solo il senso della fine, di un popolo, come dice a un certo punto la straordinaria Frances McDormand, non di “homeless”, strazianti e miserabili senzatetto, ma di “houseless”, che hanno eletto un van a loro domicilio vagabondo.

E ci chiediamo cosa è accaduto in America negli ultimi vent’anni, cosa è accaduto da noi, come è avvenuto il naufragio e che cosa ha rotto le giunture sociali che tenevano insieme, tra crisi e scossoni, una società mai così delusa, sempre più insicura di sé stessa, alla deriva, nomade nell’animo. E spaventosamente triste. Spaventosamente e irrimediabilmente triste.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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