"Non è un raffreddore, ma nemmeno la peste", dice Roberto Burioni

Alberto Ferrigolo

“Io sono il primo a dire che il coronavirus non è un raffreddore. Ma questo non significa che sia la peste”. In un'intervista al Corriere della Sera, il professor Roberto Burioni, medico ed esperto virologo, dice che “la paura è un virus e il suo vaccino è l'informazione” e “se un bambino teme c he nella stanza ci sia un mostro”, la prima cosa da fare è “accendere la luce”.

Ed è forse per questo motivo che ha polemizzato con la collega dell'istituto ospedaliero Sacco di Milano, la dottoressa Gismondo, “che citava un numero palesemente erroneo”, ma oggi attraverso le colonne del quotidiano di via Solferino Burioni fa ammenda e si scusa: “Sono io che ho sbagliato. Non avrei dovuto reagir e chiamandola in quel modo. Non avrei proprio dovuto risponderle in pubblico”. A lei, Burioni, si è riferito come “la signora del Sacco”. “Avrei dovuto scriverle in privato e non l'ho fatto. O meglio, l'ho fatto poco fa. Le ho appena mandato una mail di scuse. Lei ha sbagliato un numero e io una parola. Ma sono giorni così, siamo tutti sotto pressione”, si giustifica il virologo.

Il quale subito dopo esprime tutta la propria “solidarietà a tutti i medici e gli infermieri che lavorano in prima linea”. “Io sono nelle retrovie – afferma –, ma loro sentono fischiare i proiettili. Questa è una emergenza nazionale, perché non è limitata a una porzione di territorio come un terremoto. Perciò richiede un coordinamento”. Coordinamento che forse è mancato, e infatti Burioni se la prende soprattutto con l'Europa, sulla quale dice: “Sono cresciuto con il mito degli Stati Uniti d'Europa. Vedere che non riesce a gestire neanche questa emergenza… Il virus non è una questione divisiva come i migranti. Bastava fissare una linea comune — stesse regole a Parigi e a Milano —e ci si sarebbe tranquillizzati l'un l'altro”. Poi l'affondo: “Non si possono chiudere frontiere che non ci sono più”.

Quindi Burioni entra nel merito e dichiara: “Di questo virus sappiamo ancora pochissimo. Non sappiamo neppure se chi guarisce può infettarsi di nuovo. Ma non dobbiamo riempire i vuoti di conoscenza con le scemenze. Il virus è passato dal pipistrello all'uomo, questo è sicuro” e se la prima malata cinese in Italia è guarita, aggiunge il medico, “prima di guarire è stata ricoverata quasi un mese. A preoccuparmi è proprio la saturazione degli ospedali”.