Non fiction, il meglio del 2019: Fisher, Bridle, Calasso, Franzen -4-

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Milano, 23 dic. (askanews) - La 'divina indifferenza' era di Montale, ma è un'idea che attraversa tutte le Storie, tutte le possibili narrazioni e che prende forme diverse, e in Calasso sono spesso forme di straordinaria bellezza, ancora una volta al di là del semplice contenuto. 'Gli eletti - leggiamo nel capitolo delicato a Saul - non sono mai semplicemente coloro che accumulano meriti. Se così fosse, il mondo sarebbe una interminabile e tediosa lezione di morale. Con la sua ossessiva concentrazione su ciò che implica essere eletti, la Bibbia sprigiona una altissima tensione romanzesca. Eletto è chi fa procedere le storie - e la storia'.

Roberto Calasso si muove, con quella che al lettore appare come disinvoltura, tra i miti fondativi della nostra cultura, lo fa con puntigliosità, ma anche con leggerezza. Lo fa soprattutto con la consapevolezza dello strumento che utilizza: la sua scrittura. E arriva a punti cruciali, a snodi che, per quanto lontani, sono noi. 'E' possibile che i costruttori della Torre di Babele - scrive - non avessero propositi empi. Né la Genesi glieli attribuì. Volevano qualcosa che era sempre stato cercato: una via verso il cielo, un passaggio sicuro, stabile. E lo vollero visibile. Questa la loro colpa. O almeno il loro smisurato errore'. Un errore di ambizione culturale, che, ci perdoni Calasso, fa anche pensare a ciò di cui scrive James Bridle, la cui Torre di Babele non è un edificio (con tutta la carica simbolica che l'architettura manifesta porta inevitabilmente con sé), bensì un sistema di calcoli sempre più assoluti che vengono realizzati all'interno di luoghi segreti, sconosciuti, volutamente non architettonici (quindi senza carica simbolica) come i Data Center globali. Perché, e qui torniamo alla Bibbia e alla fine del racconto di Calasso, 'quando verrà il Messia, è probabile che passi inosservato, perché cambierà solo alcune piccole cose. E non si sa quali'.

Questo itinerario nello spazio mentale della non fiction si chiude con un autore che, curiosamente in concomitanza con la pubblicazione del suo romanzo meno riuscito, è stato definito il 'grande romanziere americano' sulla copertina del Time Magazine: Jonathan Franzen (il libro di quel momento era 'Libertà'). Lo inseriamo in questo elenco per la raccolta di saggi 'La fine della fine della Terra', una serie di testi eterogenei (che periodicamente raccoglie in libri che mantengono sempre una bellezza e una intensità, figlie probabilmente della loro discontinuità interna) che hanno però il loro fulcro intorno al tema dei cambiamenti climatici e del nostro modo di pensarli. Il punto di partenza, però, che serve per capire il Franzen saggista che deriva dal Franzen romanziere è questo: 'Il saggio - scrive - ha le sue radici nella letteratura e la letteratura al suo meglio, le opere di Alice Munro, per esempio, vi invita a chiedervi se per caso non abbiate un po' torto, o addirittura completamente torto, e a immaginare perché qualcun altro potrebbe odiarvi'. Come inizio, soprattutto in questi tempi di ossessiva ricerca del consenso, non si può dire che non sia interessante. Poi, ci sono sempre, i saggi sugli uccelli (Franzen è un birdwatcher abbastanza compulsivo) che possono risultare un po' noiosi o indigesti, è vero, ma come insegna Pennac, sapendolo si possono serenamente saltare.(Segue)