"Non si può tenere Di Maio fuori dal governo". Patuanelli difende il leader M5s

alberto ferrigolo

“Luigi è il capo di questo movimento, e non è pensabile che ci sia una contrattazione sul ruolo che il leader del partito di maggioranza relativa dovrà avere nel prossimo governo” esordisce Stefano Patuanelli, capogruppo dei pentastellati al Senato, in un'intervista a Il Foglio. Per poi aggiungere: “Del resto, nessuno di noi si è mai neppure sognato di porre veti sull'ingresso nell'esecutivo di Nicola Zingaretti”. E a quanti obiettano che gli interessi dei 5Stelle nel governo sono già tutelati dal premier, sottolinea invece che “la tutela degli interessi del M5s al governo è in capo al leader del nostro movimento”. Punto. Se poi il Pd “vuole, come dice, un governo solido, dovrebbe sapere che la presenza in un ruolo di prestigio di Di Maio è evidentemente una garanzia di stabilità”. Come a dire: nessun tocchi Di Maio. Ne va degli equilibri del futuro esecutivo.

Patuanelli vuole però affrontare con il quotidiano diretto da Claudio Cerasa questioni che riguardino i contenuti e non le poltrone, ma Il Foglio obietta che poiché a risolvere i problemi saranno persone che su una poltrona dovranno pur sedersi, il ruolo di Luigi Di Maio è ineludibile. “Luigi ha già rinunciato due volte al ruolo di presidente del Consiglio. Lo ha fatto nel maggio del 2018 – dice Patuanelli –, quando il suo passo indietro portò alla nomina di Giuseppe Conte; e lo ha fatto anche nei giorni scorsi, quando l'offerta di diventare premier è arrivata dalla Lega”. Argomento chiuso, dunque.

Quanto ai contenuti, il capogruppo a Palazzo Madama afferma che “scongiurare l'innalzamento dell'Iva è prioritario” così come “ridurre il cuneo fiscale” e su questi due aspetti non crede “che col Pd possano esserci problemi”. Come anche sulle infrastrutture, tema del quale potrebbe doversi occupare egli stesso se le indiscrezioni che corrono verranno confermate e lo vedranno così sostituire Toninelli al Mit. Al punto da sottolineare che “Il M5s è determinato a realizzare le infrastrutture di cui questo paese ha bisogno senza inchinarsi al concetto astratto della grande opera” in quanto “la manutenzione e il potenziamento delle infrastrutture già esistenti, ad esempio, credo siano la prima grande opera di cui necessita l'Italia”.  Su questi e altri temi, come le concessioni stradali, trivelle e inceneritori “si potrà trovare insieme” al Pd “un punto di equilibrio”. O, almeno, ad una parte del Pd.

 

L'allusione di Patuanelli è ai renziani, che costituiscono una grande parte dei gruppi parlamentari, ciò che mette a repentaglio anche i numeri della maggioranza, specie al Senato. Ma Patuanelli non si preoccupa, perché “con LeU e Autonomie ci sono margini perfino più rassicuranti di quelli attuali”. Ma i problemi non sussistono per il capogruppo 5s, perché – afferma – “ho lavorato bene coi colleghi della Lega per un anno e mezzo, riuscirò a farlo anche col Pd, renziano o non renziano” che sia.

 

Infine, l'europeismo. Il quotidiano fa notare che conte ha ribadito di restare ancorati a una visione Europea e Gentiloni ha subito rilanciato un altolà: “Alla larga dai balconi” per citare la notte in cui i pentastellati sono usciti, festanti, per il successo della “manovra del popolo” su quello di Palazzo Chigi, un anno fa: “Io sul balcone di Palazzo Chigi non ci sono salito e non ci salirei mai. Quello fu un errore, anche a livello comunicativo. Detto questo, noi non abbiamo mai messo in discussione il nostro europeismo”.  Quindi niente più referendum per uscire dall'euro?

 

“Un conto è la moneta unica, altra l'Unione europea” risponde il capogruppo, che poi precisa: “La cessione di sovranità monetaria doveva essere un primo passo verso una maggiore integrazione a livello di politica estera, fiscale, e di gestione dei flussi migratori. E invece ci si è fermati all'euro. Le nostre critiche a certe politiche di Bruxelles dovranno essere più costruttive, d'accordo, ma non si può pretendere che il M5s si adegui a un europeismo di comodo, che non fa affatto bene agli interessi del paese”. Infine, la giustizia: “Sulla riforma della prescrizione non si torna indietro, e sul resto si riparte dall'impianto elaborato dal ministro Bonafede. E mi auguro che ci si concentri sulla riforma del processo civile, il vero problema in termini di investimenti”.