Non solo S. M. Capua Vetere. "La violenza in carcere è un fatto quotidiano"

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- (Photo: ANSAANSA)
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“La violenza nei confronti dei detenuti è vietata, tranne quando è necessaria per fermare, in maniera proporzionata naturalmente, un’azione violenta posta in essere dai reclusi stessi. La legge su questo è chiarissima. L’impressione è che, nella realtà di tutti i giorni, questa norma non sia rispettata”. L’avvocata Simona Filippi conosce bene la realtà delle carceri italiane. Con l’associazione Antigone si occupa di alcuni episodi di presunte violenze all’interno degli istituti. Alcuni, perché non tutti vengono a galla. Alcuni, perché il caso di Santa Maria Capua Vetere non è isolato. Lo dice chi si occupa di diritti dei detenuti e lo testimoniano le inchieste delle procure che, in tutta Italia, soprattutto negli ultimi tempi hanno approfondito denunce e segnalazioni di abusi di potere nelle carceri. Da Modena a Torino, da Palermo a Viterbo: tante inchieste, pochi processi. Pochissime condanne. Il motivo si spiega facilmente: a un certo punto le indagini si bloccano perché, a meno che non ci sia una prova schiacciante come un video, non si riescono a raccogliere gli elementi necessari per andare avanti.

Da un lato c’è la paura di chi ha subito, dall’altro un sistema di coperture che è molto difficile da scalfire. E così a un certo punto, salvo in pochi casi, l’inchiesta si blocca. È stato così a Melfi. Nel carcere lucano in una notte di metà marzo 2020 è successo qualcosa che dalle ricostruzioni sembra molto simile al pestaggio di Santa Maria Capua Vetere, “anche se con numeri ridotti”, precisa all’Huffpost l’avvocato Filippi. Alle tre di notte una serie di agenti avrebbero iniziato a massacrare i detenuti. Non ci sono video stavolta, ma il film è sempre lo stesso: violenze, umiliazioni e poi trasferimenti. Le immagini non ci sono perché l’impiant...

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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