"Non tornerò più in mare, come pescatore sono morto". Il racconto del comandante dell'Aliseo

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AGI - "Conservo la maglietta, finirà in una cornice". Il comandante del peschereccio Aliseo, Giuseppe Giacalone spiega all'AGI, con stanchezza e delusione, perché ha deciso di lasciare il proprio lavoro e perché indossa ancora la maglietta verde insanguinata che aveva il giorno in cui la marina libica ha aperto il fuoco sulla sua imbarcazione.

"Come pescatore sono morto", dice riferendosi al mitragliamento libico che lo ha ferito, e la cui prova vuole mostrare a tutti: la maglietta insanguinata che indossava giovedì, quando i libici lo hanno colpito sparando sulla cabina di pilotaggio.

"Non tornerò più in mare - dice - dopo aver lavorato onestamente, rischiando la vita. Non me la sento più".

"Nessuno del governo nazionale mi ha chiamato, nessuno del governo ci ha accolti nel porto. Dov'è il ministro Di Maio? Mi aspettavo che fosse lì, che ci dicesse qualcosa", è lo sfogo che Giacalone affida all'AGI. La testa è ancora fasciata da medicazione: "Dovrò rifarla, più tardi andrò in ospedale" e aggiunge con amarezza, per sottolineare l'accusa di essere stato abbandonato: "avete visto qualche ambulanza sulla banchina del porto?". 

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Il miliziano addestrato a Messina

Tra i miliziani libici che hanno sparato contro il peschereccio Aliseo "ce n'era uno addestrato dall'Italia a Messina e parlava italiano" racconta ancora Giacalone. "Avevamo impiegato un'ora per recuperare le reti, quando verso le 10.15 ci ha chiamato la Marina Militare che ci invitava ad invertire la rotta verso nord, senza spiegarci cosa stava accadendo. 'Fate rotta a nord', ci dicevano e lo abbiamo fatto. Eravamo quasi a 50 miglia dalle coste libiche, verso le 13.15, e una motovedetta libica ci ha affiancato, 'ferma, ferma', ci urlavano e hanno cominciato a sparare con tre fucili".

"Puntavano sull'uomo - ricorda Giacalone - volevano uccidere solo me, mi dicevano 'ferma, ferma', ma io andavo avanti e nel frattempo ho dato indicazione all'equipaggio di andare giù. I libici mi guardavano fisso negli occhi, e con le dita mi facevano segno che mi avrebbero tagliato la gola. Poi, quando mi hanno colpito, sono uscito dalla cabina, e mostrandogli la maglia (insanguinata, ndr) gli ho detto 'basta!', e lì il comandante della motovedetta libica ha capito, ha iniziato a dirmi 'sorry, perdona', per scusarsi; voleva darci assistenza e portarci all'ospedale di Khoms".

La minaccia con le molotov

Il comandante decide di non fermarsi, in ragione dei precedenti sequestri ai pescherecci di Mazara, l'ultimo concluso a dicembre scorso. "Gli dicevo che non volevo fermarmi - continua Gicalone - e c'era la nave della Marina militare che poteva darci assistenza. Poi siamo stati costretti a fermarci e hanno prelevato me ed il nostromo, mentre tre militari libici sono saliti a bordo del peschereccio. Uno di loro era stato addestrato a Messina e parlava italiano, cioè questo è stato addestrato dai nostri militari per far del male a noi e anche la motovedetta libica è quella della Guardia di Finanza che gli avevamo dato noi. Questo militare ci ha detto che se noi non ci fermavamo, ci avrebbero lanciato delle bottigliette piene di benzina, che ci ha fatto vedere, per utilizzarle come molotov". 

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