Non vorremmo essere allarmistici, ma i numeri sono allarmanti

Mattia Feltri
·Direttore HuffPost
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Italian Premier Giuseppe Conte meets the media in Rome, Sunday, Oct. 18, 2020. Conte on Sunday announced new measures aimed at halting the spread of coronavirus as infections continue to hit new daily highs, moving into the vulnerable population and putting fresh pressure on hospitals.  The restrictions stop short of a curfew like one imposed in Paris and other major French cities. But Italian mayors can close public squares and other gathering places after 9 p.m., permitting access only to reach homes or businesses. (Angelo Carconi/Pool Photo via AP) (Photo: ASSOCIATED PRESS)
Italian Premier Giuseppe Conte meets the media in Rome, Sunday, Oct. 18, 2020. Conte on Sunday announced new measures aimed at halting the spread of coronavirus as infections continue to hit new daily highs, moving into the vulnerable population and putting fresh pressure on hospitals. The restrictions stop short of a curfew like one imposed in Paris and other major French cities. But Italian mayors can close public squares and other gathering places after 9 p.m., permitting access only to reach homes or businesses. (Angelo Carconi/Pool Photo via AP) (Photo: ASSOCIATED PRESS)

Cercare una misura fra allarmismo e ottimismo è difficile, soprattutto perché il dibattito sfugge a un equilibrio, come sempre in tempi di polarizzazione, e i nostri tempi lo sono da un po’, e tanto più in una crisi epidemica che all’inizio era sanitaria, poi sanitaria ed economica, oggi anche sociale e di ordine pubblico. Apprezzo soprattutto chi cerca di conservare una saldezza, per esempio Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, che stamattina sul Corriere valuta la situazione attuale molto distante da quella di marzo e aprile, o Giorgio Palù, microbiologo e virologo dell’Università di Padova, che ieri, sempre sul Corriere, invitava alla calma poiché il 95 per cento dei contagiati è asintomatico. Il dato è scorretto: secondo l’Istituto superiore di sanità, gli asintomatici sono il 55 per cento, ma probabilmente la sintesi giornalistica ha tradito Palù. Il messaggio voleva essere tranquillizzante: soltanto il 5 per cento ha sintomi gravi.

Ieri i nuovi contagiati individuati dai tamponi erano quasi ventimila, come il giorno precedente (ma col tasso di positività ulteriormente salito). Significa che ieri avevamo mille nuovi malati con sintomi gravi e mille il giorno precedente. Significa, ancora, che degli oltre duecentomila attualmente malati, diecimila hanno sintomi gravi. Guardare i numeri, e studiarli un po’, ci spinge a essere né allarmisti né ottimisti ma realisti. Gli studi quotidiani di YouTrend ci danno una mano. Innanzitutto ci avvertono che è sbagliato valutare le variazioni di giorno in giorno: troppo mobili, troppo precarie. Valutarle sulla settimana precedente è più indicativo. Bene: ieri, sulla settimana precedente, i casi di positività erano saliti del 92 per cento, i decessi del 118 per cento. Venerdì, sempre sulla settimana precedente, più 95 e più 100 per cento. Giovedì più 94 e più 107 per cento. Mercoledì più 97 e più 136 per cento.

Tecnicamente non è una crescita lineare ma esponenziale. Se noi avessimo un morto in più al giorno, partendo da uno, domani ne avremmo due, poi tre, poi quattro e dieci fra dieci giorni. Questa sarebbe una crescita lineare. Ma siccome contagiati e morti tendono a raddoppiare, la crescita è esponenziale: partendo da uno, domani avremmo due morti, poi quattro, poi otto, poi sedici, poi trentadue e cinquecentododici fra dieci giorni. Ecco perché parecchie analisi temono, nel giro di un mese, la catastrofe.

Non so se la sottovalutazione delle linee di incremento abbiano portato il governo a imbastire un dpcm lo scorso fine settimana, giudicato inefficace già mentre lo si scriveva, e definitivamente superato tre giorni dopo, e lo abbiano obbligato a scriverne uno nuovo in queste ore. O se invece siano state le pessime previsioni economiche a spingere a una disperata prudenza.

Nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (la cornice dei conti pubblici), si ipotizzavano uno scenario propizio e uno avverso. Secondo quello avverso, con nuove restrizioni, il Pil sarebbe sceso del 10.5 per cento anziché del 9. E l’anno prossimo sarebbe risalito dell’1.8 anziché del 6. Oltretutto le categorie danneggiate dalle misure di chiusura e contenimento sono sempre le stesse. Filiera Italia dice che quest’anno ristoranti, bar, pub eccetera hanno già perso 34 miliardi. Nel Decreto Ristoro sono contenuti due miliardi di aiuti per il settore (vedremo se saranno confermati o aumentati), che però assomma 232 mila aziende, e fa 8600 euro ad azienda. Una miseria. E la Caritas racconta quotidianamente del mare di lavoratori a nero di bar e ristoranti rimasti senza lavoro, senza casa e finiti a moltiplicare le file di chi cerca un piatto di pasta. Senza contare il danno all’industria del cibo e delle bevande, alle aziende agricole, ai distributori, alla lunghissima filiera.

C’è poi un pregiudizio negativo nei confronti delle palestre. Un approccio senza senso. Chiudere le palestre? E che sarà mai? Ma al 30 giugno del 2019 il fitness contava oltre 5 mila imprese di gestione degli impianti, oltre 5 mila di gestione di palestre, quasi 5 mila club sportivi, e oltre 8 mila organizzazioni sportive. Giro totale di denaro: 10 miliardi l’anno, dice Unioncamere-InfoCamere.

Come lo chiamereste questo quadro? Allarmistico? O allarmante? Ed è davanti a un quadro del genere che si comprendono ma non si giustificano le titubanze del governo, le liti intestine, le sfide con le regioni, il chiacchiericcio e il battibecco. Meno ancora si giustificano le interviste e le attività social impegnate più a preservare il consenso che il paese, in una sensazione di superficialità e irresponsabilità plenarie. E lasciando stare, per un momento, le trascuratezze della scorsa estate, i ritardi incomprensibili nell’allestire la difesa autunnale, l’euforia balorda della tregua. Come dicevo all’inizio, alla crisi sanitaria ed economica si aggiunge quella sociale e di ordine pubblico: stare lì a vedere quanti camorristi c’erano in piazza a Napoli, e quanti fasci e quanti rossi, significa, di nuovo, concentrarsi sull’oggi senza immaginare il domani.

Ora il premier Giuseppe Conte e la sua squadra camminano sul filo. Come sapranno tutelare la salute e il lavoro, la pacifica convivenza e l’economia, io proprio non lo so. Ma un’idea ce la potremo fare già fra poche ore, quando il premier parlerà e illustrerà al paese il millesimo dpcm. Vedremo se stavolta riuscirà a essere sincero, ampio, alto, se riuscirà a trovare le parole giuste per un momento difficilissimo, insomma se riuscirà finalmente a fare un discorso da leader, piuttosto che il solito discorso da titolare della logistica.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.