Nunzio Galantino, da "picconatore" a tesoriere vaticano

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Città del Vaticano, 6 nov. (askanews) - Quando fu nominato segretario della Cei, a dicembre 2013, primo anno del pontificato di Francesco, era sconosciuto ai più. Pastore verace, pugliese trapiantato in Calabria, dove guidava la diocesi di Cassano all'Jonio, Nunzio Galantino si impose rapidamente all'attenzione della pubblica opinione per carattere schietto e franco parlare, un temperamento che non schivava le polemiche (le più note, quelle con Matteo Salvini sull'accoglienza agli immigrati), un'energia abbondante nel tentare di trasfondere nell'episcopato italiano, inizialmente sconcertato dal suo arrivo, le idee e lo spirito del Pontefice argentino. Al fianco dapprima dell'affilato cardinale Angelo Bagnasco, poi del gioviale cardinale Gualtiero Bassetti, Galantino ha scosso non poco la Conferenza episcopale italiana. Ha frenato quella parte del mondo cattolico che puntava a boicottare le unioni civili con un family day, ha battuto e ribattuto su questioni sociali come la migrazione, la disoccupazione, il contrasto alla crminalità organizzata. Ha percorso in lungo e in largo il paese tentando di convincere gli oltre 220 vescovi della necessità, prospettata dal vescovo di Roma, di accorpare e ridurre il numero di diocesi. Studioso di Antonio Rosmini, quello delle "cinque piaghe della Chiesa", ha smontato, per stile e contenuti, una conferenza episcopale che era stata plasmata negli anni dal cardinale Camillo Ruini - l'alleanza con il centrodestra berlusconiano, la focalizzazione sui "valori non negoziabili" e la bioetica, la Chiesa come erede e sostituta della Democrazia cristiana - ed ha fatto spazio ad un cattolicesimo più vicino ai preti di strada, meno ieratico, più pronto a gettarsi nella mischia. Si è fatto non pochi nemici, ma si è fatto anche apprezzare per coraggio e determinazione. E il Papa, nel 2018, lo ha destinato al compito più adatto ma meno prevedibile: la guida dell'Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa), ossia l'ufficio che assomma la gestione immobiliare del Vaticano e funge di fatto da banca centrale dello Stato Pontificio. Alla nuova funzione Galantino si è adattato alla perfezione, smentendo le iniziali previsioni dei maligni. Il vescovo si è fatto invisibile. Scomparso dai talk show, ha evitato ogni polemica, ed ha dedicato le sue energie a studiare il complesso quadro delle proprietà immobiliari della Santa Sede. Papa Francesco voleva qualcuno di assoluta fiducia. E Galantino, che ha ereditato il dicastero dal cardinale Domenico Calcagno, nel corso degli anni ha preso l'Apsa in mano. Al punto che Jorge Mario Bergoglio ha deciso di aumentare notevolmente il peso dell'ufficio: nei prossimi mesi saranno concentrati nella cassaforte dell'Apsa tutti gli investimenti vaticani, sinora sparpagliati - con una notevole autonomia e mancanza di trasparenza - tra i diversi dicasteri. Ciliegina sulla torta, la decisione, comunicata ieri dalla sala stampa vaticana, di spostare sotto l'Apsa anche i due fondi gestiti sinora dalla Segreteria di Stato. Gestiti, o piuttosto mal gestiti: da lì è partito il dubbio acquisto di un immobile a Sloane avenue, a Londra, oggetto di una indagine della magistratura vaticana lungi dall'essere conclusa che ha scoperchiato una opaca rete di finanzieri, consulenti, commissioni, giri finanziari che avrebbe visto alcuni uomini del Papa nel doppio ruolo di truffati e truffatori. A mettere ordine, ora, ci penserà Galantino: non più il vescovo picconatore, ma l'accorto tesoriere di Sua Santità. La vicenda è culminata nella improvvisa defenestrazione del cardinale Giovanni Angelo Becciu - formalmente non indagato - Sostituto agli Affari generali all'epoca in cui la Segreteria di Stato decise l'investimento londinese. Altre teste negli ultimi mesi sono cadute (all'Authority finanziaria, alla Gendarmeria, tra gli officiali della Segreteria di Stato). Tanto il Papa gesuita sa accordare la sua fiducia, quanto, se è deluso, può toglierla con durezza. Ma sbaglierebbe anche chi pensasse che Galantino è l'unico di cui il Papa si fida. Nel corso del tempo, Jorge Mario Bergoglio si è circondato di personalità fidate. Francesco aveva già affidato ad alcune persone di fiducia caselle-chiave dell'organigramma amministrativo vaticano: oltre al cardinale Giuseppe Bertello al Governatorato (segretario, monsignor Fernando Vergez Alzaga), e al cardinale Reinhard Marx al Consiglio per l'Economia (confermato di recente), con i quali i rapporti sono solidi sin dall'inizio del Pontificato, sono arrivati via via Gian Carlo Mammì quale direttore generale dello Ior (2015), Alessandro Cassinis Righini revisore generale (2017), poi Galantino all'Apsa (2018) e, da ultimo, l'ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone presidente del Tribunale vaticano (3 ottobre), il gesuita spagnolo Juan Antonio Guerrero prefetto della Segreteria per l'Economia (14 novembre), Carmelo Barbagallo all'Aif (27 novembre), il cardinale filippino Luis Antonio Tagle alla guida della potente Congregazione per la Evangelizazione dei popoli. Alla Segreteria di Stato, infine, se Becciu è caduto in disgrazia, altri godono ancora della fiducia del Papa. E' vero che Francesco ha recentemente tolto il cardnale Pietro Parolin dalla commissione cardinalizia dello Ior, ma lo ha confermato, pochi giori dopo, nel Consiglio degli otto cardinali che lo coadiuvano nella riforma della Curia romana. Ed è vero che ha sottratto a Parolin e a monsignor Edgar Pena Parra, succeduto a Becciu nel ruolo di Sostituto, ossia numero due della Segreteria di Stato, ma li ha coinvolti nella decisione. Come ha spiegato lo stesso Francesco in una lettera a Parolin resa nota ieri, "la Segreteria di Stato è senza ombra di dubbio il Dicastero che sostiene più da vicino e direttamente l'azione" del Papa "nella sua missione, rappresentando un punto di riferimento essenziale nella vita della Curia e dei Dicasteri che ne fanno parte. Non sembra, però, necessario, né opportuno che la Segreteria di Stato debba eseguire tutte le funzioni che sono già attribuite ad altri Dicasteri. E' preferibile, quindi, che anche in materia economica e finanziaria si attui il principio di sussidiarietà, fermo restando il ruolo specifico della Segreteria di Stato e il compito indispensabile che essa svolge". Vista la facilità con cui dipendenti infedeli e consiglieri interessati hanno abusato della fiducia - e della firma - dei superiori per intascare i soldi della Segreteria di Stato, più che uno sgarbo a Parolin e Pena Parra, la decisione del Papa sembra un favore per non farli inciampare. E mettere gli investimenti nelle mani del tesoriere Galantino.