Nuove province, tanti stop al via

Per il riordino delle Province sembrava tutto già definito. Da Nord a Sud non erano servite le proteste più o meno accese dei paladini del campanilismo. Nemmeno gli allarmi sulle specificità territoriali calpestate e sui possibili posti di lavoro persi avevano fatto presa sul Governo. Il Consiglio dei ministri, guidato dal premier Mario Monti, era andato dritto per la sua strada. E così il 31 ottobre ha approvato il decreto legge di riforma che riduce, a partire dal 2014, il numero delle Province a statuto ordinario da 86 a 51, comprese le dieci città metropolitane. Ma ora l’incertezza torna a farla da padrona, proprio quando mancano meno di due mesi alla prima scadenza fissata, quella che dal 1° gennaio 2013 annulla le giunte provinciali mantenendo in carica solo il presidente e fino a tre consiglieri. La sindrome gattopardesca del cambiare tutto per non cambiare nulla sembra aver conquistato per l’ennesima volta le istituzioni italiane ai massimi livelli.

Il decreto legge sulle Province è attualmente all’esame della Commissione Affari Costituzionali del Senato. Solo successivamente ci sarà il passaggio nell’aula di Palazzo Madama, quindi la discussione nella omologa Commissione della Camera dei Deputati e infine il voto di Montecitorio. L’iter parlamentare, che deve fare i conti con il mega-ponte natalizio e il concomitante esame della legge elettorale che il presidente del Senato Renato Schifani vuole in aula entro la fine di questo mese, rischia di bloccarsi già al primo ostacolo. La Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, infatti, dovrà decidere anche sulla pregiudiziale di incostituzionalità del decreto. I dubbi, sollevati nei giorni scorsi da molte Regioni e Province davanti alla Corte Costituzionale, riguardano l’intero processo di approvazione del provvedimento. Dalla decretazione d’urgenza alla presunta violazione del principio che la modifica delle circoscrizioni possa avvenire solo “su iniziativa dei comuni” e dopo avere “sentita la regione”, nell’occhio del ciclone sono finiti diversi articoli della Costituzione italiana.

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Nubi sempre più fosche si addensano sulla concreta realizzazione del decreto che, nell’ambito della Legge di stabilità, dovrebbe garantire risparmi per 4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014. In Commissione, infatti, si dovrà affrontare anche la battaglia sugli emendamenti, un fronte che vede le Province molto agguerrite. E il tempo stringe di fronte alla portata dei provvedimenti di natura economica che aspettano il governo Monti entro la fine di quest’anno. Non meraviglia, dunque, la sfiducia che da alcuni giorni serpeggia nei corridoi del Parlamento. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato e Walter Vitali, senatore bolognese del Pd, hanno già chiesto una maggiore chiarezza su quale sia l’orientamento del Governo. Voci sempre più insistenti arrivano a dire che il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, potrebbe annunciare il ritiro del decreto dopo il previsto incontro con il presidente dell’Upi (Unione delle province italiane), Antonio Saitta.

La battaglia delle Province soppresse, intanto, continua. In molti non hanno gradito i due criteri, un’estensione di almeno 2.500 chilometri quadrati e una popolazione non inferiore ai 350mila abitanti, che hanno determinato la sopravvivenza di alcuni enti e l’eliminazione di altri. Senza contare che le nuove aggregazioni stabilite dal decreto legge, secondo molti amministratori e gran parte dell’opinione pubblica, sembrano fatte a tavolino e non tengono in conto le rispettive appartenenze. Per questo si sprecano le strategie e gli appelli dei singoli territori ai rispettivi rappresentanti in Parlamento. La speranza degli scettici è di ottenere almeno una modifica parziale in grado di salvaguardare l’autonomia e l’organizzazione di un’istituzione che, in alcuni casi, ha oltre 150 anni di storia.

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