Un nuovo caso Ablyazov? L'Italia viola l'embargo con l'Eritrea

Andrea Signorelli

Ancora non si sono spenti gli echi del Caso Ablyazov - per il quale il ministro degli Interni Alfano è appena sopravvissuto a una mozione di sfiducia - che per l'Italia potrebbe aprirsi un altro fronte, questa volta in Africa, per la precisione in Eritrea.

A denunciare la cosa è un dossier dell'Onu scovato da L'Espresso, in cui si accusa l'Italia di aver contribuito alla macchina bellica della dittatura di Isaias Afewerki. Aziende italiane, ignorando l'embargo a cui è sottoposta il regime eritreo, venderebbero forniture di elicotteri e veicoli utilizzati dall'esercito.

La violazione dell'embargo sarebbe attuata semplicemente attraverso la vendita di sistemi "dual-use", che possono cioè avere impieghi sia civili sia militari. Ad occuparsi in prima persona di questi traffici sarebbe Gianluca Battistini, un uomo d'affari che opera tra Cesena, Dubai e L'Asmara e che avrebbe avuto cariche importanti in società italiane descritte come fornitrici di macchine agricole.

Non un particolare di secondo piano, visto che i mezzi destinati all'esercito arriverebbero in Eritrea proprio sfruttando una copertura da macchine agricole. Peccato che i mezzi - secondo gli ispettori Onu - sarebbero invece destinati al colonello Weldu e all'armata eritrea, grazie all'intermediazione di Battistini.

E in effetti dal 2010 in poi ci sono stati parecchi viaggi d'affari nel nostro paese dei funzionari eritrei agli ordini di Weldu, oltre all'addestramento a Palermo di una squadra di tecnici del regime.

Al centro delle indagini delle Nazioni Unite c'è anche una società italiana, le Officine Piccini di Perugia, che avrebbe venduto equipaggiamenti ai militare e sarebbe direttamente in contatto con il presidente Afewerki.

Fin qui, affaristi e aziende. Ma ce n'è anche per il governo: due elicotteri italiani sarebbero stati assemblati in Eritrea da tecnici del nostro paese per poi essere utilizzati dai militari fino all'autunno scorso. Secondo l'Onu, il governo Italiano non ha fatto avere le necessarie informazioni né sul tipo di velivolo, né sulle società coinvolte nell'esportazione.

Tutte accuse respinte dall'ambasciatore italiano all'Onu, Cesare Maria Ragaglini: "Non abbiamo autorizzato alcuna esportazione di armi o materiali correlati o di materiali dual use. Non ci sono prove di qualsiasi assistenza militare dall'Italia che sostengano le accuse non documentate degli ispettori".

Ma non ci sono solo questioni militari: nel dossier si parla anche delle estorsioni che gli immigrati eritrei nel nostro paese ricevono dall'ambasciata. Una tassa illegale che vengono costretti a pagare sotto la minaccia del mancato rinnovo del passaporto, cosa dimostrata anche dalla ricevuta di un pagamento effettuato a Milano lo scorso marzo. Alcuni di loro si sono rivolti alla polizia per denunciare il fatto, ma sarebbero stati mandati via perché "non si può fare nulla".

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