Nuovo Dpcm, Bucci: "Misure prese su dati inaffidabili"

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"Il problema a questo punto non è inseguire il virus con misure dettate dalla contingenza, come è stato fatto per questo e per tutti i decreti precedenti". Ne è convinto il biologo Enrico Bucci, professore associato alla Temple University di Philadelphia, che si esprime così dopo il varo del nuovo dpcm.

"Pensiamo alle chiusure: sono efficaci tanto più le persone effettivamente limitano la propria mobilità e i propri contatti sociali, ma siccome vengono attuate in maniera differenziale per cercare di salvaguardare alcune categorie essenziali, in realtà questi contatti diminuiscono più per scelta personale che per ossequio nei confronti del decreto. Per di più queste misure vengono implementate sulla base di indicatori regionali che hanno un tasso di errore rispetto all'andamento reale dell'epidemia che li rende poco credibili", dice.

"In questa situazione continuare ad accumulare regole non aiuta, ma complica e frammenta la realtà - afferma il docente italiano in forze negli Usa in un'intervista a 'Radio Anch'io' su Rai Radio1 - Io credo che l'unica cosa che si possa fare è contare sulle proprie forze individualmente. Significa seguire le solite raccomandazioni: indossare le mascherine, mantenere le distanze, e regolarsi con il buonsenso per cercare soprattutto di evitare di avere contatti diversificati. Queste misure sono la più potente salvaguardia che abbiamo, tenendo conto che non possiamo rimediare al disastro per quel che riguarda il tracciamento". Perché, sottolinea, "i Paesi europei hanno fallito nel tracciare e nell'isolare un virus che circolava a bassi livelli".

Per Bucci occorre ora concentrarsi su un aspetto in particolare: "Oggi è molto più importante sapere se un paziente che si presenta con sintomi all'ospedale è positivo al virus oppure no, che rintracciare i contatti di un soggetto positivo. Noi avremmo bisogno di un campione molto più limitato di tamponi, che funzionasse da campione sentinella per sapere dove ci troviamo nell'altezza dell'onda in maniera affidabile. Questo per capire se le misure che stiamo attuando stanno funzionando o no". Oggi invece, ribadisce, "prendiamo decisioni su numeri che sono totalmente inaffidabili e soprattutto che non ci permettono di sapere per tempo se l'epidemia sta rispondendo o no a ciò che facciamo".

Perché sono inaffidabili i numeri? "Basta semplicemente considerare qual è il tempo medio che ci si mette ad ottenere un tampone oggi a Milano se lo si ottiene. Se il sistema è saturato perché io non riesco a fare i tamponi a tutte le persone a cui sarebbe necessario farlo, se anche per le persone a cui lo faccio arrivo a ottenere il dato con un ritardo variabile - osserva l'esperto - è chiaro che la curva che sto vedendo non è la curva del virus ma la curva della mia capacità di ottenere questi dati. Se vogliamo un'indicazione quantitativa abbiamo bisogno di un campione pulito che ci dia i dati, non dico in tempo reale, ma in 48 ore", conclude lo scienziato.