Occupy Wall Street: io c'ero

13 luglio: dalle pagine del magazine Adbusters un blogger canadese lancia l’idea di un’occupazione pacifica del regno della finanza americana, Wall Street. L’ispirazione viene dalla primavera araba e dall’esperienza spagnola degli Indognados, movimenti giovanili che nei primi mesi del 2011 hanno avuto un ruolo chiave nella ridefinizione dell’agenda politica nei paesi di appartenenza. Nasce così Occupy Wall Street.

William Jesse fa parte dei ragazzi che da mesi occuppano Zuccotti Park a New York. Ci ha raccontato come è stato coinvolto, come riesce e gestire la sua vita e la vita nel movimento e qual è il suo ruolo in Occupy Wall Street.

La prima volta in vita mia che ho sentito parlare di Occupy Wall Street è stato quando ho ricevuto via Facebook un invito da parte di un amico che mi proponeva di partecipare a una manifestazione. Ho subito pensato che era un’idea interessante, perché credevo nella causa, anche se confesso che nello stesso tempo la mia sensazione era che quel messaggio non fosse sufficientemente chiaro. Ricordo di essermi domandato: “Che cosa stanno chiedendo queste persone? Quali saranno le loro rivendicazioni?”. Il primo impatto era che la strategia di quel gruppo non risultava sufficientemente articolata.
Poi è arrivato il 17 settembre 2011, una data simbolica nella storia del movimento: per la prima volta abbiamo occupato lo Zuccotti Park di New York. In retrospettiva è stata una giornata molto divertente, ma in quel momento non ero sicuro che avremmo avuto successo. Non erano presenti così tante persone, ma eravamo determinati. Quello che mi ha colpito di più è stato questo: la nostra determinazione a tenere duro.

Da quel momento in poi l’occupazione dello Zuccotti Park è andata avanti ininterrottamente. Anche se il mio appartamento si trova a poche fermate di treno dal parco e così sono tornato a casa abbastanza spesso, anche diverse volte a settimana. Alcune volte ho anche ospitato altri militanti di Occupy Wall Street per consentire loro di fare una doccia e riposarsi. Quando si dedicano delle lunghe giornate di lavoro al movimento, è difficile restare nel parco per 24 ore al giorno.
E in tre mesi di proteste sono stati tanti i momenti salienti che ho sempre vissuto in prima persona. C’ero per esempio il 15 ottobre scorso, quando il movimento è diventato famoso per la prima volta a livello globale. Quel giorno abbiamo occupato il ponte di Brooklyn e 700 persone sono state arrestate. E’ stato strano, ma nello stesso tempo esilarante. E c’ero anche il 17 novembre, quando abbiamo organizzato una marcia di più di 30mila persone. Anche quella è stata un’enorme realizzazione per il nostro movimento, e ricordo che mi sentivo di ottimo umore.

Il raid in Liberty Plaza, che ha portato all’arresto di 200 militanti, è stato a sua volta uno dei momenti salienti per Occupy Wall Street. Non è stato divertente, ma è stato davvero memorabile. Siamo rimasti alzati fino a notte fonda e in quei giorni siamo diventati amici ancora più stretti. Con le persone insieme alle quali lavoro si sono formati diversi legami molto forti.
Quella notte mi trovavo in un ufficio, e stavo lavorando per scrivere alcuni editoriali che dovevano uscire il giorno seguente. E’ l’unico motivo per il quale non sono stato arrestato anch’io. Ma insieme alle altre persone presenti in ufficio abbiamo dato vita a una coordinazione con i telefoni e con Twitter, per essere sicuri che le persone trovassero un luogo che le accogliesse o per aiutare chi aveva bisogno di uscire di prigione. Come ho detto prima è stata una notte speciale, pur essendo stato un momento molto difficile.

Ma soprattutto in tutto questo tempo ho messo a disposizione i miei talenti e le mie capacità perché le proteste di Occupy Wall Street avessero successo. Le mie competenze sono soprattutto nel campo del patrocinio delle organizzazioni non profit, delle pubbliche relazioni e del marketing relativo ai social media. Sono stato quindi in grado di fornire il mio contributo in tutti e tre questi campi, in modo da diffondere informazioni utili alla causa. Sono riuscito per esempio a mettere in contatto persone di altre città con le occupazioni organizzate dal nostro movimento, utilizzando un account di Twitter e un blog. Sto inoltre lavorando per garantire tutte le informazioni su Occupy Wall Street di cui ha bisogno chi lavora per i media. E così in generale esercito un ruolo di comunicazione esterna e di relazioni pubbliche.
In questi tre mesi di proteste però la vita quotidiana non si è fermata, soprattutto per me che sono proprietario di una piccola impresa.

E’ molto dura gestire sia il mio lavoro per Occupy Wall Street sia quello per la mia azienda. E il risultato è stato che non mi è rimasto neppure un minuto libero a disposizione. Lavoro sette giorni a settimana, per troppe ore al giorno. Nessuna pausa e nessuna vacanza. Ma ritengo che ne valga la pena. Questa per me è stata davvero un’esperienza di valore, sotto molti punti di vista.


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