Oceani e ghiacciai di tutto il mondo sono sotto attacco. Un report

riccardo liguori

Dal 2011, l'oceano ha assorbito circa il 30% della CO2 prodotta dall'uomo dagli anni '80. Come risposta, l'acidità dell'acqua è salita del 26%, il pH oceanico è diminuito di 0,1 e l'ossigeno presente in acqua sta diminuendo. In aggiunta, il ghiaccio marino continua a ritirarsi, mentre le calotte antartica e della Groenlandia si stanno riducendo. A dirlo è l'ultimo report dell'IPCC The Ocean and Cryosphere in a Changing Climate 

Direttamente o indirettamente, la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi dipende dalla presenza degli oceani e della criosfera - cioè la superficie ghiacciata del pianeta. I primi, che contengono il 97% di tutta l'acqua presente, ricoprono il 71% della superficie terrestre, la seconda circa il 10%. Eppure, prime vittime del riscaldamento globale sono proprio loro.

Oceani e ghiacciai: SOS

Entro il 2100 il livello del mare sarà superiore di 30-60 centimetri se l'incremento delle temperature verrà mantenuto entro i 2 gradi, e di 60-110 centimetri se questo limite verrà superato. Parallelamente, la perdita dei ghiacciai - che toccherà l'80% entro il 2100 per quanto riguarda quelli più piccoli in Europa, Africa, Andre e Indonesia - porterà ad una riduzione dell'acqua disponibile, fondamentale risorsa per l'agricoltura e per l'energia idroelettrica.

La copertura nevosa dell'Emisfero boreale si sta riducendo e il permafrost è destinato a ridursi del 25% entro il 2100, se il riscaldamento globale verrà mantenuto sotto i 2 gradi. Diversamente il rischio è di perderne il 70%. Ma il permafrost trattiene grandi quantità di carbonio organico, quasi il doppio di quello presente in atmosfera. Dunque, se il permafrost si scioglie, il carbonio viene liberato portando ad un ulteriore incremento di gas serra.

A lanciare l'allerta è il Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc), in un rapporto incentrato sullo stato di salute degli oceani e ghiacciai. Il documento, diffuso oggi dal Principato di Monaco, va ad integrare il report "Cambiamento climatico e territorio" (pubblicato a maggio), e "Riscaldamento globale a 1,5 gradi" (uscito a ottobre).

Un problema che riguarda tutti

Attualmente, 4 milioni di persone vivono nella regione artica (di queste il 10% sono indigeni). Le coste (le zone più abitate del pianeta) sono casa dal 28% della popolazione mondiale e circa 680 milioni, invece, vivono in zone di costiera bassa (entro 10 metri sul livello del mare): nel 2050 questi ultimi saranno 1 miliardo. Circa 670 milioni, indigeni inclusi, vivono in regioni di alta montagna (Antartide escluso): nel 2050 potrebbero arrivare a 840 milioni.

Le comunità in stretta connessione tanto con gli ambienti costieri e le piccole isole quanto con le aree polari e le alte montagne sono particolarmente esposte ai mutamenti che riguardano oceani e criosfera, come ad esempio l'aumento del livello del mare e il restringimento delle superfici ghiacciate. Tuttavia, anche le persone che vivono lontane da questi siti dipendono (indirettamente) dalla loro azione.

Ad esempio, il ghiaccio e la neve che scendono dalle montagne aiutano a sostenere i fiumi che riforniscono le fonti d'acqua per le popolazioni a valle. L'Indo e il Gange, grazie alla neve e al ghiaccio montani, riforniscono di acqua le coltivazioni che sostengono la dieta di 38 milioni di persone e supportano 129 milioni di contadini.

L'importanza di oceano e criosfera

Oltre al loro ruolo all'interno del sistema climatico, come l'assorbimento e la ridistribuzione di anidride carbonica (CO2), calore (naturale e antropogenico) e il sostegno agli ecosistemi, i servizi forniti dall'oceano e dalla criosfera comprendono anche l'approvvigionamento alimentare e idrico, nonché la possibilità di ricorrere a fonti di energia rinnovabile.

Il 92% del carbonio sulla Terra che non è confinato in riserse fossili risiede nell'oceano soprattutto in forma inorganica dissolta, parte della quale si scambia con la CO2 presente nell'atmosfera. Questo rappresenta il maggior strumento di controllo sulla CO2 atmosferica e rende l'oceano uno dei più importanti regolatori del clima sulla Terra. La circolazione oceanica e lo strato miscelato oceanico ridistribuisce il calore e il carbonio su lunghe distanze e profondità. L'oceano muove il calore, lateralmente, dai tropici verso le regioni artiche. E, attraverso i venti, la circolazione oceanica fa emergere l'acqua fredda dagli strati profondi, permettendo lo scambio di calore, ossigeno e carbonio tra le profondità oceaniche e l'atmosfera e rifornendo la produzione biologica.

Inoltre la biosfera oceanica è responsabile di circa la metà della produzione primaria (alla base della catena alimentare) del pianeta: il 17% delle proteine animali che l'uomo assume provengono dall'oceano. Lo stato dell'oceano e la criosfera, dunque, interagiscono con ogni aspetto della sostenibilità, meta comune dei 17 obiettivi fissati nell'agenzia 2030 dell'Onu

L'impatto antropogenico

Come noto, l'attività umana è causa dell'aumento della temperatura terrestre, oggi attestato a 1 grado (il range ufficiale è tra 0,8 gradi e 1,2gradi). Se l'impatto antropogenico sugli oceani non verrà fermato, il declino della salute e delle attivitè oceaniche comporterà un sovraccarico sull'economia globale di 428 miliardi di dollari per anno entro il 2050 e di 1.979 trilioni di dollari entro il 2100.  Analogamente,  l'aumento del livello del mare (tra i 25 cm e i 123 cm entro il 2100) indotto dallo scoglimento dei ghiacciai implicherà una perdita nel Pil mondiale che oscilla tra lo 0,3% e il 9,3%.

Il livello dei mari è aumentato 2,5 volte più velocemente all'inizio del XXI secolo rispetto al XX secolo, e continuerà ad aumentare principalmente a causa della riduzione delle calotte di ghiaccio. Parallelamente, la fusione delle coperture di ghiaccio sulla terra ferma avrà molti effetti, dall'innalzamento del livello del mare alla drastica o totale riduzione delle riserve d'acqua dei ghiacciai montani su cui si basa la vita degli ecosistemi e delle comunità umane. La fusione dei ghiacci montuosi avrà anche enormi effetti sulla morfologia delle montagne, sul ciclo idrico, sulla vita delle specie animali e vegetali, nonché sulle comunità e le attività umane.

Abbattere le emissioni di CO2

Poco rassicuranti i dati contenuti nel rapporto, frutto di un lavoro di 3 anni e dell'analisi di centinaia di pubblicazioni sull'argomento. Per limitare i danni, è necessario ridurre da subito le emissioni di CO2, e operare ingenti investimenti per arginare manifestazioni climatiche estreme, che si presenteranno con maggiore intensità e frequenza: le emissioni devono essere ridotte del 45 % rispetto ai livelli attuali entro il 2030. Questo è il suggerimento degli esperti.

Parallelamente, il cambiamento climatico antropogenico ha incrementato precipitazioni, tempeste, incendi e numero di cicloni tropicali ed extra-tropicali. Ad esempio, l'intensità delle precipitazioni del ciclone tropicale Harvey è aumenta almeno dell'8% a causa del climate change. E le ondate di calore marino tra il 2006 e il 2015 si sono intensificate tra l'84% e il 90% .

Il caso del Mediterraneo

Il Wwf ha anticipato l'ultimo rapporto dell'Ipcc con il dossier La crisi climatica nel Mediterraneo: alcuni dati. ll documento prende in esame una delle regioni maggiormente a rischio per quanto riguarda gli effetti del cambiamento climatico, il Mediterrano.

Si tratta di un mare relativamente chiuso, con stretti passaggi di comunicazione con l'Oceano Atlantico (attraverso lo stretto di Gibilterra) e con il mar Nero (stretto del Bosforo), poco profondo e le cui acque si riscaldano ad una velocità superiore rispetto a quella degli oceani.  

Il dossier sottolinea che la temperatura delle acque superficiali è aumentata di 1,8 gradi, raggiungendo in estate anche i 30 gradi, mentre quella delle acque profonde di 0,2 gradi. In forza di questo surriscaldamento, nel Mediterraneo sono comparse e si sono sviluppate specie tipicamente tropicali. Delle circa 17 mila che questo grande bacino idrico ospita, mille sono aliene "cioè originarie di altre zone del mondo, portate da imbarcazioni o da altre attività umane e poi sviluppatesi grazie al clima favorevole, in competizione con le specie già presenti e a loro volta già sofferenti a causa dell'innalzamento della temperatura", suggerisce il report.

A tutto questo si aggiunge il fenomeno dell'acidificazione, un effetto diretto dell'incremento della CO2 in atmosfera che poi si scioglie nelle acque marine formando acido carbonico e provocando una diminuzione del pH. Ciò comporta gravi effetti su alcune specie, soprattutto quelle che presentano scheletri calcarei (per esempio il corallo rosso).

Il Wwf sottolinea che i danni alle singole specie e la distruzione degli habitat hanno ricadute immediate e a lungo termine sugli esseri umani che vivono nella regione, ma anche sull' attività di pesca e sulla protezione dall'erosione e dalle inondazioni delle aree costiere. "In termini strettamente economici si è calcolato che le sole risorse biologiche del Mediterraneo hanno un valore annuo di circa 500 miliardi di euro",