Offensiva turca nel Nord siriano, quali scenari per i curdi?

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Roma, 1 nov. (askanews) - Quale sarà il destino dei curdi siriani dopo la vasta offensiva lanciata lo scorso 9 ottobre dall'esercito turco, affiancato da milizie jihadiste siriane, su Rohava, come viene chiamata da questa minoranza la regione del Kurdistan siriano? È un interrogativo a cui è difficile dare oggi una risposta, ma gli sviluppi della situazione sul terreno suggeriscono tre opzioni per i curdi. La prima è un esodo della popolazione verso l'unica terra amica, il Kurdistan iracheno. L'altra oscilla tra due possibilità, alternative e piene di insidie: continuare a essere aggrappati all'alleanza con gli Stati Uniti a dispetto del 'tradimento' del presidente Donald Trump oppure stringere un patto con il regime di Damasco contro il comune nemico turco.

Le forze siriane democratiche SDF - un'alleanza militare dominata dalle Unità di Difesa del Popolo curdo (YPG) -, che Ankara considera "un gruppo terroristico", grazie a una mediazione russa, hanno raggiunto un'intesa con Damasco per l'ingresso delle truppe governative nelle zone da loro controllate prima dell'intervento turco. Parallelamente, le forze curde hanno accettato un'intesa tra Ankara e Washington, per un cessate-il-fuoco e il ritiro dei loro combattenti fino a 32 chilometri dalla frontiera turca. Una tregua successivamente prorogata da un secondo accordo di Ankara questa volta con Mosca.

Tutto è iniziato il 7 ottobre 2019. Con un tweet, Trump annuncia il ritiro dei soldati americani dalla Siria: "È tempo di riportare a casa i ragazzi da quelle guerre lontane e inutili". La risposta del presidente turco Recep Tayyip Erdogan a quello che, a tutti gli effetti, è un via libera di Washington non si fa attendere. A 48 ore dall'annuncio di Trump, carri armati e blindati turchi varcano il confine e si dirigono verso le cittadine di Ras al-Ain e Tel Abyad. Ha inizio l'operazione battezzata "Fonte di pace". Gli obiettivi dichiarati dell'operazione militare sono due: il primo vuole "ripulire" il grande settore di Rojava dalle forze curde; il secondo , è quello di creare una "fascia di sicurezza" lungo il confine, in cui insediare i circa tre milioni di profughi siriani, di etnia araba, attualmente ammassati in territorio turco. Una fascia di terreno di 32 x 430 chilometri, pari a 13.760 chilometri quadrati, in corrispondenza del settore del Rojava a maggiore densità insediativa.

Il primo obiettivo rasenta un'azione di 'pulizia etnica' visto che praticamente non esiste una famiglia curda che non abbia un figlio arruolato nelle file di SDF. Il secondo, in pratica, sembra voler sostituire con l'insediamento dei rifugiati siriani arabi nelle zone curde il muro che corre lungo quasi tutta la frontiera turca con la Siria nord-orientale.

Una situazione che pone i curdi di fronte a scelte una più insidiosa dall'altra per la loro stessa esistenza in Siria. Ecco i possibili scenari:

OPZIONE POLITICA-MILITARE Sono giorni cruciali quelli che stanno vivendo i leader delle forze curde: devono scegliere quale strada imboccare, se continuare a credere nell'alleanza con gli americani che ha fruttato la vittoria sullo Stato Islamico (Isis) coronata in questi giorni dall'elminazione del suo Califfo Abu Bakr al Baghdadi oppure fare un patto con Damasco per affrontare il nemico turco sperando di limitare i danni. In entrambi i casi i curdi sono l'anello debole, con opzioni tra l'altro piene di incertezze e per nulla scontati.

ESODO POPOLAZIONE secondo i media curdi, già in 300mila hanno iniziato il loro esodo verso il Kurdistan iracheno, unica terra amica dove trovare rifugio e sicurezza. Le famiglie curde che abitano nelle zone colpite dall'artiglieria e dagli aerei di Ankara anche ben oltre "la zona di sicurezza" voluta da Erdogan, non hanno altre possibilità che andare verso l'est, stretti come sono in una morsa costituita a nord dalla Turchia, a sud (Raqqa e Deir Ezzur) da un territorio ancora infiltrato da jihadisti. Non a caso i jihadisti hanno eletto queste terre come capitale del loro califfato.

Del resto, le autorità delle regione autonoma del Kurdistan iracheno, già all'inizio dell'attacco turco, hanno previsto l'esodo dei loro fratelli curdi in Siria. E così, come ha detto ad askanews, una fonte diplomatica curda di Erbil, "in grade fretta e furia abbiamo allestito tre campi per ricevere i rifugiati curdi in arrivo a Dhouk, Erbil e Sulemaniya". Già al terzo giorno dell'offensiva turca, a Badrash, campo profughi che si trova nella provincia irachena di Ninive, sono arrivati 5.000 curdi fuggiti dalla Siria, come ha reso noto la Fondazione Barzani di Erbil.