Ilaria conquista l'Arma

Federica Olivo

Lo Stato che sancisce, dopo dieci anni, la verità. E che si inchina ad essa, in segno di rispetto. Ė verso sera - quando la sentenza di condanna dei due Carabinieri accusati di aver pestato Stefano Cucchi, e di averne provocato la morte, è già stata letta- che in un gesto si racchiude il senso non solo di questa giornata, ma di tutto il tempo passato da quando il giovane morì, una settimana dopo essere stato arrestato, ad oggi. In un gesto e in un’immagine. Un Carabiniere in divisa, in servizio nell’aula bunker di Rebibbia, si avvicina a Ilaria, la sorella di Stefano, e le fa il baciamano. A chi gli chiede il perché risponde: “Finalmente dopo dieci anni è stata fatta giustizia”. Ed è la dimostrazione che dopo tutto questo tempo la famiglia Cucchi non è sola. Lo Stato c’è, e si vede e si sente in quel baciamano, nella costituzione dell’Arma e di alcuni ministeri a parte civile nel processo sul depistaggio. E in questa sentenza.

“Abbiamo mantenuto la promessa fatta a Stefano l’ultima volta che l’ho visto. Non finisce qui, avevo detto. E i sacrifici di tutti questi anni sono serviti. Stefano potrà riposare in pace”, è stato il primo commento di Ilaria Cucchi dopo che i giudici della corte d’Assise di Roma hanno condannato a 12 anni i carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo - due dei cinque imputati del processo - per omicidio preterintenzionale. Ilaria abbraccia la madre, si stringono forte, ora che in tribunale è stato riconosciuto che Stefano morì a causa di quel violento pestaggio che subì in caserma, dopo l’arresto. “Dopo tante lacrime di dolore oggi finalmente una lacrima di gioia”, dice Rita, la mamma di Stefano, con la voce che trema. Suo marito è lì, accanto a lei. “Non avremmo mai mollato”, continua, e ringrazia la procura di Roma. I familiari di Stefano ricordano con i cronisti il primo atto di quella che è stata la loro battaglia: la diffusione delle immagini del cadavere di Stefano...

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