“OK Idaa-ly-haa!”. È bello esser di moda a Tokyo

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Italy's Lamont Marcell Jacobs (R) celebrates with high jumper Italy's Gianmarco Tamberi after winning the men's 100m final during the Tokyo 2020 Olympic Games at the Olympic Stadium in Tokyo on August 1, 2021. (Photo by Anne-Christine POUJOULAT / AFP) (Photo by ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP via Getty Images) (Photo: ANNE-CHRISTINE POUJOULAT via Getty Images)
Italy's Lamont Marcell Jacobs (R) celebrates with high jumper Italy's Gianmarco Tamberi after winning the men's 100m final during the Tokyo 2020 Olympic Games at the Olympic Stadium in Tokyo on August 1, 2021. (Photo by Anne-Christine POUJOULAT / AFP) (Photo by ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/AFP via Getty Images) (Photo: ANNE-CHRISTINE POUJOULAT via Getty Images)

L’effetto Paolo Rossi 1982, Totò Schillaci 1990, Materazzi 2006 e Mancini 2021 debutta a Tokyo. Tutti i locali, bar, ristoranti, night club, per ordine della temutissima prefettura Tōkyō-to, in linguaggio ufficiale “Governo Metropolitano di Tokyo”, devono risolutamente chiudere i battenti alle ore 20, spenti o no i neon sulle avenues, e non elargire ai clienti tiratardi una sola goccia di alcol, sia scotch, raffinato whisky giapponese, o Puni, whisky italiano prodotto a Goblenza, Bolzano, che forse non avete assaggiato, ma che qui va di moda. Come non capita solo in Italia, ci sono però regole e regole, al vecchio ristorante dei pendolari, popolare stazione di Kamata, lo chef del sushi ripone i coltellacci affilati come rasoi, ciascuno con un sacro nome, Deba, Santoku, Nakiri, Usuba, Takohiki, Yanagi, tutti micidiali e, incrociando le braccia dice NO NO a chi non gli è noto. Ma, oltre i diktat di Tōkyō-to, la metropoli vive di soppiatto. A Meguro City, solo una piccola insegna non illuminata vi indica il Clandestino 41, piccolo e formidabile locale gestito da ragazzi italiani, salite sul ballatoio, la vita riprende. Così a Ginza, svuotata dal Covid dei suoi businessmen frettolosi, così a Roppongi, dove, i vecchi giapponesi vi mettono in guardia, “troppi americani in giro amico mio!”, così a Shinjuku, dove la new generation hipster finge di annoiarsi con i Giochi, salvo poi guardarli sull’iPhone sotto il tavolo. Così perfino, dicono, in quel che resta del Kabuki-chō, lanterne rosse al rione a luci rosse, desertificato da pandemia, che, nel silenzio dei tacchi sul marciapiede, sprizza ancora vita.

Effetto Rossi, Schillaci, Materazzi, Mancini: è bello esser di moda a Tokyo. Le credenziali al collo, grandi come una racchetta da ping pong, erano prima sogguardate con indifferenza, “Idaa-ly-haa?”, ora innescano sorrisi e pollici alzati “OK Idaa-ly-haa!”. Perfino il portiere della locanda di borgata, indifferente a ogni evento, wifi morto, aria condizionata morta, caffè finito, uova strapazzate obsolete, sorride soddisfatto, “Idaa-ly-haa ok Salto Corsa”.

I minuti dell’oro, quando Gianmarco “Gimbo” Tamberi, campione nel salto in alto, ha atteso sulla pista la volata di Lamont Marcell Jacobs, pagano dividendi al brand Italia, come un “whatever it takes” di Draghi in azzurro, un’esultanza di Mattarella, aplomb Palermo Centro a Londra, un libro di Roberto Calasso in classifica sul New York Times, la scienziata Vittoria Colizza leader anti Covid a Parigi.

Cara Tokyo grazie, per questi giorni in azzurro. El Paso Times e il Dallas Morning News, quotidiani della città e dello stato, il Texas, dove Jacobs è nato, ne raccontano la corsa come fosse figlio carissimo. Il leggendario New York Times spezza i 100 metri in analisi dati, tranne in partenza e nelle ultime due falcate, Jacobs è sempre stato primo, l’uomo più veloce del pianeta residente a Roma, dove non sempre la velocità è virtù. Il primo del resto del mondo, l’americano Fred Kerley, medaglia d’argento, pare abbia detto “E questo chi è, da dove spunta?”, mentre Tamberi e Jacobs si abbracciavano felici, “Che c… hai fatto?”.

Non fidatevi troppo, magari ha detto ben altro, o borbottato incavolato, son Giochi bizzarri, noi cronisti siamo anche tifosi, al pugilato quando la torcida filippina della Nesthy Petecio urlava a squarciagola intorno al ring, nella palestra cara al Sumo, ho infranto il mandato del mio amico Carlo Grandini del Corriere della Sera, Campionati Mondiali di calcio Usa 1994, “Non si tifa dalla tribuna stampa!”, e ho gridato “Vai Irma!” a Irma “la Tosta” Testa, poi medaglia di bronzo. In verità son scarso a non tifare da cronista, ho urlato Gol, per l’orrore di Carlo Grandini, quando Dino Baggio segnò alla Norvegia a New York, Sacchi in panchina, tifato per Totò Antibo a Barcellona, per Roberto Baggio a Pasadena, per sconosciuti atleti italiani in tante Olimpiadi, e qui ora per Jacobs e Tamberi, che ci han resi alla moda perché Idalians, la mia giacca a vento Luna Rossa Pirelli applaudita, come fossi uno skipper.

The Economist, celebrato settimanale britannico, sbaglia di rado, ma sbaglia. Ricordo quando era certo che il presidente Bill Clinton si sarebbe dimesso, e io mi sgolavo a scrivere di no nell’incredulità italiana, così anche agli Europei di calcio quando, con un lungo reportage, han criticato gli Azzurri di Roberto Mancini perché “troppo omogenei”, dimenticando Emerson, Toloi e Emerson, brasiliani di origine. Siamo ormai paese multietnico, multiculturale, diverso, e questa nuova Italia dei Giochi è formidabile, la Egonu porta bandiera olimpica, Ivan Zaytsev, nato a Spoleto da padre russo, Lucilla Boari, argento nell’arco, che saluta la fidanzata Sanne in diretta, il presidente del Coni Giovanni Malagò che rompe gli indugi e chiede jus soli per gli sportivi, oltre, e prima, la regola dei 18 anni per la cittadinanza a chi non nasce da genitori italiani.

Guardando il nostro paese dai media mainstream e dal loro riverbero, narciso e dispeptico, sui social media, l’Italia vi appare di perfido umore, cialtrona, sbruffona, Azzeccagarbugli ovunque, leader politici pelandroni, magistrati che si indagano a vicenda come le Fatine petulanti di Cenerentola. A sette ore di fuso di distanza, in un paese lontano, stretti dalle regole ferree della Prefettura Tōkyō-to, riconosciamo a sorpresa un’altra Italia, atleti di origini etniche diverse che parlano in accenti familiari, romano, bresciano, trapanese, assi o sconfitti, sorridenti e autocritici al traguardo. Ho visto la Vanessa Ferrari, sconfitta di Olimpiade in Olimpiade, atterrata dagli infortuni, scippata da giudici di un bronzo legittimo, riprendersi nella ginnastica l’argento che le spettava, come “Irma la Tosta” nel pugilato, prima donna sul podio per l’Italia. Parlava, a 30 anni, davanti a rivali possibili come la canadese Ava Stewart, o la belga Jutta Verkest, quindicenni, il make up delle ginnaste a coprirle sul volto i segni della sofferenza, “quando mi sono rotta il tendine mai avrei immaginato di esser qui, 500 giorni senza palestra”. Ha tigna, grinta, 30 anni da combattente. E se fossimo meglio di come ci raccontiamo, non perfetti, no, ma meglio di come ci lasciamo dipingere, se fossimo una bella, tosta, generosa nazione, capace di fatica e sogni, perfino fortunata, una Idaa-ly-haa come quella di Tōkyō-to?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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