Olimpionico Mo Farah: "sono stato un bimbo schiavo"

(Adnkronos) - Oggi è uno dei maggiori atleti britannici, ma Sir Mo Farah è arrivato illegalmente a Londra dove ha passato i primi anni come bambino schiavo. A svelare il suo passato è stato lo stesso maratoneta 39enne di origine somala, più volte medaglia d'oro alle Olimpiadi, in un documentario che verrà diffuso domani dalla Bbc, ma che ha già provocato forte emozione in Gran Bretagna.

Finora Mo aveva raccontato di essere arrivato da bambino in Gran Bretagna come profugo dal Somaliland assieme ai genitori. Ma in realtà a portarlo a Londra è stata una donna che lo aveva sottratto in circostanze non chiare allo zio di Gibuti al quale era stato affidato. Il futuro campione olimpico, il cui vero nome era Hussein Abdi Kahin, aveva allora solo otto-nove anni. Gli furono dati documenti falsi col nome di Mohammed Farah.

All'arrivo in Inghilterra, la donna che lo accompagnava stracciò davanti ai suoi occhi il biglietto con i contatti dei suoi parenti. Il piccolo Mo fu mandato in una famiglia somala a Londra dove era costretto a lavorare come domestico. "Spesso mi chiudevo in bagno per piangere", ha raccontato alla Bbc.

Il riscatto avvenne quando Mo fu finalmente mandato a scuola all'età di 12 anni. Era un bimbo schivo che parlava poco inglese e i cui 'genitori' non si facevano mai vedere a scuola. Il suo insegnante di ginnastica, Alan Watkinson, notò che sul campo di atletica si trasformava. E a poco a poco, Mo si aprì con Wilkinson, che riuscì a farlo affidare ad un'altra famiglia somala e a lanciarlo nell'atletica. Nel 2000, dato che la sua situazione irregolare ostacolava la sua carriera sportiva, l'insegnante lo aiutò ad ottenere la cittadinanza britannica.

Oggi Mo Farah è uno dei più famosi mezzofondisti e maratoneti del mondo, insignito del titolo di sir dalla Regina Elisabetta. E mano a mano che cresceva la sua fama, è anche riuscito a ritrovare la sua vera famiglia. Un giorno, in un ristorante di Londra, una donna somala lo ha avvicinato e gli ha dato una cassetta registrata. Conteneva una canzone tradizionale cantata da sua madre Aisha. E c'era anche un numero di telefono, con l'invito a chiamare. "Ma se questo può causarti problemi, non farlo", aggiungeva il messaggio.

Mo ha naturalmente chiamato. E il documentario lo mostra mentre, accompagnato da suo figlio, incontra la madre e i due fratelli in Somaliland. Il padre di Mo era stato ucciso da una pallottola vagante quando lui aveva quattro anni e la madre aveva mandato il figlio a stare da uno zio a Gibuti perché erano troppo poveri. Ma nessuno aveva avvertito Aisha che suo figlio era stato portato da un'estranea a Londra.

"Mai nella mia vita avrei sperato di rivederti vivo" - ha detto Aisha al momento dell'incontro - "vivevamo in un luogo dove non c'era nulla, niente bestiame, una terra devastata. Pensavamo saremmo tutti morti. Ti ho mandato via a causa della guerra. Ti ho mandato da tuo zio a Gibuti perché tu potessi avere qualcosa". Nessuno mi ha detto che ti avevano mandato nel Regno unito, ha aggiunto, "ho perso i contatti con te, non avevano telefoni, strade, nulla. Tutto era devastato".

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