Oltre Artissima, il presente frammentato di Sandretto e Merz

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Torino, 7 nov. (askanews) – Ci sono dei luoghi dove la ricerca sul contemporaneo è sempre tesa a guardare un po’ più avanti, dove si prova a dare una forma a pensieri e pratiche mobili e non rassicuranti. Uno di questi è la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino che, nella settimana di Artissima, ha lanciato quattro mostre intense e interessanti, che si muovono tra le varie forme d’arte. C’è la pittura di Victor Man, con i

suoi ritratti e autoritratti che si collocano al di là del tempo; ci sono i saggi visivi di Diana Policarpo, vincitrice del Premio illy Present Future del 2021, proprio ad Artissima; c’è una collettiva su opere della collezione, “Backwards Ahead”, che unisce artisti di diverse generazioni, ma che trasmette, fortissimo, il senso di trovarci in un presente incerto e

fondamentalmente ignoto, nel quale la tecnologia gioca un ruolo ambivalente; c’è infine la grande installazione di Lawrence Abu Hamdan, che esplora la valenza politica dei suoni, in uno scenario che avvolge lo spettatore. Sono mondi diversi, quelli che si incontrano alla Fondazione Sandretto, ma che sono tra loro sempre sottilmente collegati, non fosse altro che da quella inquietudine che è propria di tante ricerche artistiche

consapevoli di oggi.

Patrizia Sandretto, poi, insieme a illycaffè e ad Artissima ha anche annunciato il vincitore del Premio illy Present Future 2022, si tratta di Peng Zuqiang, artista cinese classe 1992 che vive ad Amsterdam ed è stato portato a Torino dalla galleria Antenna Space di Shanghai. Il prossimo anno il suo lavoro, selezionato tra quelli dei talenti più giovani presenti in fiera, sarà esposto alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

In un’altra delle fondazioni torinesi, quella dedicata a Mario Merz, è stata invece inaugurata la mostra “Alert” dell’artista israeliana Michal Rovner, che ha fatto del museo una sorta di grande installazione, incentrata sulla figura dello sciacallo e sul tema delle migrazioni, due dei luoghi classici della propria ricerca artistica. “Le domande che ci pone lo sciacallo – ha

detto Rovner ad askanews – sono molto dirette: cosa succede? Cosa state facendo con il pianeta? Cosa state facendo con i rifugiati? Vi prendete cura degli altri? Che cosa accade tutto intorno a noi?”.

Domande universali, ovviamente, così come universale è il respiro del lavoro dell’artista che nell’animale ritrova la figura del dio egizio Anubi, che accompagnava le anime oltre la soglia della morte. Ma lo sciacallo, con quegli occhi brillanti nella notte del deserto, rappresenta anche una sentinella che scruta il nostro mondo e le sue ferite e, a suo modo, ci manda un messaggio di allerta che è difficile, anche per la potenza del lavoro dei Michal Rovner, ignorare.