Ombre colombiane: un reportage di Gabriele Santoro su Paciolla

Red
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Image from askanews web site
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Roma, 6 apr. (askanews) - Su 'Il Tascabile' Gabriele Santoro pubblica un reportage sulla scomparsa in Colombia del dipendente Onu Mario Paciolla ucciso in Colombia. Al centro dell'inchiesta l'intervista al procuratore colombiano Giovanni Álvarez Santoyo che afferma: 'È molto probabile che siano stati dei gruppi nemici della pace a ucciderlo: questa morte è un attacco allo sforzo del processo di pace portato avanti nel Paese e alla qualità dell'appoggio a esso della Missione di verifica delle Nazioni Unite',

Non era mai accaduto ciò che è successo a Mario." Sono parole del procuratore Giovanni Álvarez Santoyo. "La morte di Mario Paciolla avrà indubbiamente degli effetti in Colombia. È molto probabile che siano stati dei gruppi nemici della pace a ucciderlo: questa morte è un attacco allo sforzo del processo di pace portato avanti nel Paese e alla qualità dell'appoggio a esso della Missione di verifica delle Nazioni Unite. Esprimo la nostra tristezza per la sua scomparsa e di conseguenza la preoccupazione profonda delle istituzioni e delle organizzazioni sociali, perché nelle zone più difficili del conflitto armato colombiano l'ONU ha sempre accompagnato le comunità più vulnerabili."Santoyo non ha responsabilità dirette nelle indagini sulla morte del trentatreenne napoletano dipendente della Missione di verifica delle Nazioni Unite in Colombia, trovato esanime il 15 luglio 2020 nella sua abitazione a San Vicente del Caguán, ma non è un cittadino qualsiasi: Santoyo dirige la Unidad de Investigación y Acusación (UIA, Unità di Investigazione e Accusa), l'organo inquirente fondamentale della Jurisdicción Especial para la paz (JEP, Giurisdizione speciale per la pace) per l'accertamento dei crimini commessi nella guerra civile colombiana di cui conosce approfonditamente la storia, le circostanze e lo sviluppo.La JEP con la Comisión para el Esclarecimiento de la Verdad, la Convivencia y la No Repetición (Commissione per la Verità) e alla Unidad de Búsqueda para Personas dadas por Desaparecidas (UBPD, Unità di Ricerca dei Desaparecidos) compone il Sistema Integral de Verdad, Justicia, Reparación y No Repetición, nato nell'ambito dell'accordo di pace del 2016 tra il governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia - FARC con l'intenzione di mettere per la prima volta le vittime al centro di un percorso inedito di riconoscimento delle perdite subite nel conflitto lungo cinquant'anni e di riconciliazione attraverso l'accertamento della verità e l'applicazione della giustizia definita riparativa. L'obiettivo più ambizioso, insieme al valore dell'ascolto delle vittime e della dignità a loro restituita, consiste nello spezzare la ciclicità della violenza che in Colombia ha ragioni economiche e politiche strutturali.L'ONU ha classificato la morte come self-inflicted. I genitori di Mario Paciolla hanno sempre definito destituita di qualsiasi fondamento l'idea che si sia tolto la vita. Attendevano il rientro del figlio in Italia, ma lui non è riuscito a salire sull'aereo che il 20 luglio 2020 lo avrebbe riportato da Bogotá a Napoli con uno scalo a Parigi. Alle 19:40 del 15 luglio Giuseppe Paciolla e Anna Motta hanno ricevuto la devastante notizia della morte. "Il territorio colombiano è complesso e difficile ancora di più in questo momento storico, però abbiamo la certezza che il delitto sia maturato all'interno dell'Organizzazione delle Nazioni Unite - dicono i genitori -. Vogliamo la verità dall'ONU che era il datore di lavoro di nostro figlio Mario e quindi quantomeno civilmente responsabile della sua morte".Dalle prime parole, dando la propria valutazione del caso Paciolla, anche Santoyo considera poco plausibile l'ipotesi del suicidio: "Sin dall'inizio non sembra ci fossero elementi tali da pensare che si sia trattato di questo. Sorge la domanda: ho cercato di portare avanti il mio lavoro, faccio quello che posso, perché dovrei suicidarmi qui? Ripeto, finora non sono emersi argomenti solidi che avvalorino il suicidio, ma dovranno essere altre autorità investigative, la Procura, a fare piena luce e a ricostruire i fatti".Ad agosto sarebbe scaduto il contratto di lavoro di Mario con l'Organizzazione. Perché un giovane, descritto da chiunque l'abbia conosciuto nel lavoro e lontano dall'ambiente professionale come una persona appassionata, vulcanica, vitale e competente avrebbe deciso di impiccarsi, dopo essersi inferto delle ferite ai polsi, a pochi giorni dal decollo con tutte le pratiche per il viaggio già espletate? A questa domanda l'indagine interna dell'ONU, che dall'inizio ha classificato la morte come un suicidio, e quella delle autorità investigative colombiane ancora non rispondono. Non c'è traccia del movente dell'eventuale gesto estremo del funzionario. Al momento i genitori non sono a conoscenza di ulteriori sviluppi delle inchieste. Gli esiti della prima autopsia, svolta in Colombia, non coinciderebbero con quella successiva realizzata in Italia. Dallo scorso agosto la Procura di Roma indaga per omicidio.Mario aveva esternato ai familiari la propria paura e l'urgenza di lasciare il Paese: "La nostra attenzione si concentra sugli ultimi cinque giorni di vita di Mario. L'undici luglio, era un sabato, in un orario insolito, alle 18:20 circa, Mario ci ha telefonato e raccontato di aver avuto una discussione con alcune persone dell'Organizzazione, di essersi messo in un guaio ed era molto preoccupato". Nei giorni seguenti la frequenza dei contatti con la famiglia è aumentata. La decisione assunta da Mario di rientrare in Italia era definitiva: "Ci ha comunicato che voleva abbandonare la missione nell'immediato. Preparava i documenti necessari. In queste telefonate ha alternato momenti di serenità ad altri di forte timore. Senza giri di parole, ci ha detto che avrebbe portato con sé poche cose, anche se non sarebbe mai più tornato in Colombia, tantomeno con l'ONU. Nel suo ultimo soggiorno in Italia già ci aveva detto, pur senza entrare nel merito delle attività: 'Se l'ONU mi vuole tirare dentro li abbandono'".In precedenza, durante brevi periodi di vacanza trascorsi da Mario a casa, i genitori a differenza del consueto entusiasmo e ottimismo che lo contraddistinguevano, avevano notato segnali di stanchezza per l'impegno colombiano e Mario aveva manifestato la volontà di cambiare destinazione lavorativa con contatti avviati in Europa con altri enti e organizzazioni. Nei mesi segnati dalla pandemia Mario ha vissuto in lockdown, ed era rammaricato per le forti limitazioni imposte al compito di osservatore sul territorio. Ne aveva approfittato per concentrarsi sullo studio e il perfezionamento del francese. Una volta tornato in Italia voleva prendere il titolo per insegnarlo.Il reportage completo è disponibile sul sito de "Il tascabile"