Omicidio Elena Del Pozzo, cosa c'entra la sindrome di Medea

Omicidio Elena Del Pozzo, cosa c'entra la sindrome di Medea
Omicidio Elena Del Pozzo, cosa c'entra la sindrome di Medea

L'omicidio di Elena Del Pozzo, la bambina di 5 anni trovata morta nel Catanese, è stato portato a termine dalla madre Martina Patti, 23 anni. La donna ha raccontato prima di essere stata fermata da un gruppo di uomini incappucciati che hanno sequestrato la bimba (un racconto che, secondo gli inquirenti, faceva acqua da tutte le parti). Poi, a distanza di neanche 24 ore, ha confessato: è stata lei a uccidere la piccola Elena, colpendola più volte con un coltello da cucina e occultando il cadavere in diversi sacchi della spazzatura che poi sono stati sotterrati in un campo nella campagna di Mascalucia, poco lontano da casa.

Martina Patti non ha ancora fornito una spiegazione del suo gesto. "Nell’interrogatorio ai carabinieri e alla Procura non ha saputo ricostruire cosa accaduto, lei era come annebbiata", ha detto il suo legale, Gabriele Celesti, aggiungendo: "È chiaro che poi si possono innescare meccanismi psichici di rimozione perché ovviamente si tende ad allontanare da sé il fatto".

La sindrome di Medea e la morte di Elena Del Pozzo

Gli inquirenti hanno avanzato l'ipotesi della premeditazione: la donna potrebbe aver agito per un'ingestibile gelosia nei confronti della nuova fidanzata dell'ex compagno, perché non accettava assolutamente che la piccola Elena potesse affezionarcisi.

È in questo quadro che si è iniziato a parlare della cosiddetta sindrome di Medea. Medea è la tragedia greca che racconta di una donna, Medea appunto, che viene lasciata dal marito per un'altra compagna e che si vendica di lui uccidendo i figli.

Il termine "sindrome (o complesso) di Medea" è diventato comune nella psicologia a partire dalla fine degli anni 80, quando lo psicologo Jacobs utilizzò per la prima volta la metafora dell'uccisione per indicare il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo le separazioni conflittuali. L'omicidio del piccolo diventa un simbolo, uno strumento, e ciò che si punta a sopprimere non è più il figlio stesso ma il legame che ha con il padre.

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Le parole dello psicologo

Wired ha intervistato a questo proposito Michele Mezzanotte, psicologo psicoterapeuta studioso di mitologia e aspetti psicologici legati alla mitologia, che sull'uccisione di Elena Del Pozzo ha detto: "Non mi sento di dire con sicurezza che quello che è accaduto è riferibile a questa sindrome, ma dico che potrebbe essere e va valutato. E ci sono almeno tre ragioni che me lo fanno supporre. Il primo aspetto del complesso di Medea deriva dall’etimologia del nome stesso, che significa 'scaltro, scaltrezza'. Nel caso in questione, da parte della donna c’è stato un tentativo di 'essere scaltra', perché dopo aver ucciso la figlia ha inscenato un rapimento".

"La seconda riflessione che mi viene in mente invece riguarda la gelosia, quella che porta a una distruzione dei propri legami. In questo caso del legame madre-figlia. La terza riflessione riguarda la rabbia, perché l’uccisione è un atto di rabbia, di violenza".

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