Omicidio di Silvia Gobbato a Udine, l'assassino confessa: "Volevo rapirla e chiedere il riscatto"

Andrea Signorelli
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Assassino Gobbato Delitto Nicola Garbino

Ha confessato subito l'assassino di Silvia Gobbato, non appena i carabinieri l'hanno fermato, ieri mattina, chiedendogli i documenti e che cosa contenesse quella busta di plastica con cui girava nei dintorni del luogo dell'omicidio. E in quella busta c'erano la tuta, i guanti e il coltello insanguinato. Nicola Garbino, 36 anni, non ha negato neanche per un minuto.

Ma come hanno fatto a individuarlo? E cosa ci faceva Nicola così vicino al luogo dove ha ucciso Silvia mentre lei faceva jogging con l'amico Giorgio Ortis? Il fatto è che Garbino aveva sentito alla televisione che l'arma del delitto non era stata trovata; da lì la decisione di provare a recuperarla. Così, ieri mattina verso le dieci, è partito in macchina dalla casa di Zuliano, 15 minuti da Udine, in cui vive con i genitori. Dopo aver parcheggiato vicino alla stazione, ha preso su la bici con cui si muove in città e si è recato al parco per recuperare il sacchetto dove aveva messo il coltello e il resto.

Verso le undici, i Carabinieri che si trovano in quella zona per continuare le ricerche lo fermano, notano il sacchetto e lui confessa subito. Portato in questura ha spiegato il movente dell'omicidio: voleva rapire una ragazza per chiedere il riscatto e "tirare su un po' di soldi". L'obiettivo perfetto era una donna esile, sola e con il cellulare, in modo da rintracciare subito il numero da chiamare per il riscatto. Era da giorni che si acquattava nel parco in attesa della vittima perfetta, e alle 13 del 17 settembre l'ha individuata in Silvia.

Le si è fatto contro con il coltello, ma Silvia - che era sola perché Giorgio, con cui faceva jogging, l'aveva distanziata - ha reagito, ha urlato, e così è partita la prima coltellata, a cui ne sono seguite altre undici. Poi la fuga verso casa.

Pare che l'idea a Nicola Garbino sia venuta guardando un documentario sui sequestri lampo in Sudamerica. Ma non si tratta di un matto, come pure era stato detto, come spesso accade, in un primo momento. O almeno, non un matto certificato, non essendo mai stato sottoposto al trattamente sanitario obbligatorio. 36enne, studente in ingegneria fuori corso di 13 anni, vive in una villetta ai bordi della tangenziale con la mamma e il papà. La vittima prescelta è stata Silvia Gobbato, ma è chiaro che poteva essere chiunque altra.

La sfortuna di Silvia Gobbato, praticante in uno studio legale di 28 anni, originaria di San Vito al Tagliamento (Pordenone) ma residente a San Michele (Venezia), è stata solo quella di stare facendo jogging con un amico nel parco del Comor. Una vicenda che per certi versi ricorda quella del film "La Ragazza del Lago", di Andrea Molaioli con Toni Servillo, che proprio in quei luoghi era stato girato.

La ragazza era molto conosciuta in paese, tanto da essere la seconda più votata della lista civica con cui si era candidata nel 2011 al consiglio comunale. Ma la sua vera vocazione era l'avvocatura: praticante legale,aveva da poco passato l'esame scritto e in ottobre avrebbe sostenuto l'esame orale. Il suo sogno nel cassetto era poter aprire un ufficio pubblico di consulenza legale per le persone in difficoltà.

L'amico con cui stava correndo era Giorgio Ortis, figlio dell'avvocato Giovanni - in passato candidato sindaco di Udine - nel cui studio Silvia stava svolgendo il praticantato. Ed è stato proprio Giorgio a ricostruire l'accaduto, spiegando come l'avesse lasciata indietro di circa 400 metri per poi fermarsi ad attenderla a un incrocio. Ma la ragazza non è mai arrivata. A lanciare l'allarme un altro corridore che ha visto le macchie di sangue e il cellulare della ragazza, uccisa con una decina di coltellate.

La famiglia ha saputo dell'accaduto poche ore dopo, verso le cinque di quel giorno. Il padre Adriano, operaio alla Aermec, la mamma Cinzia, infermiera all'ospedale di Portogruaro, e il fratello 26enne la stavano aspettando per il week-end, quando la ragazza faceva sempre ritorno a casa.

Un ricordo di Silvia arriva dal suo datore di lavoro, Giovanni Ortis: "Sono sconvolto. Era una ragazza bravissima e dolcissima. Quello che è successo è assolutamente inspiegabile". Il figlio dell'avvocato era diventato amico della ragazza proprio grazie al suo praticantato nello studio del padre. Giorgio era stato iscritto nel registro degli indagati come "atto dovuto", ma gli inquirenti non hanno mai creduto alla sua colpevolezza. Questo perché la sua testimonanzia era stata considerata "lineare, coerente e priva di sbavature". Inoltre il ragazzo non presentava tracce di sangue o fango e nessun segno che possa far pensare a un contatto con la vittima.