Omicidio Vannini, Cassazione: “Se fosse stato soccorso sarebbe vivo”

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Omicidio Marco Vannini, la sentenza della Cassazione: “Mancanza di soccorsi, avrebbero scongiurato l’effetto infausto”. Depositate le motivazioni con cui i giudici avevano disposto, un mese fa, un processo d’appello bis per Antonio Ciontoli e i suoi familiari.

Omicidio Vannini, la sentenza

La sentenza sulla morte di Marco Vannini sembra essere vicina questa volta. La giustizia italiana sembra essere decisa nell’imbracciare la nuova condanna che la prima sezione penale della Cassazione ha depositato nella giornata di venerdì 6 marzo, spiegando i motivi che un mese fa l’aveva spinta a disporre un processo d’appello-bis per Antonio Ciontoli e i suoi familiari, annullando la sentenza di secondo grado. Quest’ultima aveva ridotto la pena al principale imputato da 14 a 5 anni di reclusione, grazie alla riqualificazione del reato da omicidio volontario con dolo eventuale a omicidio colposo. Nella nuova riscrittura, invece, per la Cassazione la morte del giovane Vannini sopraggiunse come “conseguenza” sia per le “lesioni causate dal colpo di pistola” che per la “mancanza di soccorsi che, certamente, se tempestivamente attivati, avrebbero scongiurato l’effetto infausto”. Una condotta omissiva, per la Corte, tenuta dall’intera famiglia a seguito del colpo di pistola esploso per mano di Antonio Ciontoli che “dopo il ferimento colposo, rimase inerte, quindi disse il falso ostacolando i soccorsi”. Marco che, dopo essere stato ferito a seguito di quello “che si è ritenuto un anomalo incidente, restò affidato alle cure di Antonio Ciontoli e dei familiari”, ha osservato la Corte. Alla gestione delle conseguenze dell’incidente, si legge nella sentenza, presero parte tutti: “Si informarono su quanto accaduto, recuperarono la pistola e provvidero a riporla in un luogo sicuro, rinvennero il bossolo, eliminarono le macchie di sangue con strofinacci e successivamente composero una prima volta il numero telefonico di chiamata dei soccorsi”. Una sequenza di azioni che, secondo i giudici, “Antonio Ciontoli e i suoi familiari assunsero volontariamente, rispetto a Marco Vannini, rimasto ferito nella loro abitazione, un dovere di protezione e quindi un obbligo di impedire conseguenze dannose per i suoi beni, anzitutto la vita”.

La morte di Marco Vannini

Nella notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015, Marco Vannini venne ucciso con un colpo di pistola a casa della fidanzata a Ladispoli. Il mese precedente all’attuarsi della nuova sentenza, la prima sezione penale della Cassazione si era pronunciata sui ricorsi presentati dalla Procura generale di Roma da parte della famiglia di Marco, parte civile nella vicenda, e dalla difesa della famiglia Ciontoli che chiedeva una ulteriore riduzione di pena. Al centro della vicenda la sussistenza, o meno, del reato di omicidio volontario riconosciuto in primo grado da parte di Ciontoli, dove l’uomo aveva visto la propria pena ridursi dai 14 ai 5 anni. Immutate invece, sia in primo che in secondo grado, le condanne per omicidio colposo per Maria Pezzillo, moglie di Ciontoli, e i loro figli Federico e Martina, fidanzata di Vannini, tutti con tre anni di reclusione da scontare. Ma ora, per la Cassazione, il processo di Appello va celebrato nuovamente.