Omicidio Willy, Marco Bianchi ai familiari: "Ho detto la verità ma non sono stato creduto"

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(Dall’inviata Silvia Mancinelli) - Nell’aula della Corte di Assise del Tribunale di Frosinone nuova udienza del processo per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il 21enne ucciso a Colleferro la notte tra il 5 e il 6 settembre dello scorso anno.

In aula tutti e quattro gli imputati, nelle celle di sicurezza, e la mamma e la sorella della vittima. Al loro arrivo l’abbraccio dei fratelli Marco e Gabriele Bianchi, seduti uno accanto all’altro. Vicino ai due Mario Pincarelli. Scortato dagli agenti della polizia penitenziaria, invece, Francesco Belleggia, unico ai domiciliari.

"Ero un semplice ragazzo, lavoravo al bar di mio fratello, ho sempre praticato il mio sport, la disciplina dell’Mma, da quando avevo 9 anni. Una passione di famiglia, visto che il maestro era mio zio, e che volevo fare come lavoro. Una semplice vita la mia, tra casa, amici e palestra" dice in aula Marco Bianchi, uno dei quattro imputati e il primo a rendere esame.

"Prima di iniziare a lavorare al ristorante mi arrangiavo ma in nero, ho sempre lavorato. Lo sport che praticavo - racconta al pm Giovanni Taglialatela - è uno sport come tutti gli altri, con delle regole. Mi chiamavano ‘Maldito il maledetto’, ma senza un significato preciso, ero un nome come tanti".

"Ho conosciuto Francesco e Mario alle scuole medie, poi ognuno ha cambiato istituto e da lì non ci siamo più visti. Una semplice amicizia, ogni tanto li incontravo ad Artena, poi quando mio fratello ha aperto il locale Belleggia ha iniziato a venire. Ci sentivamo, veniva a casa mia, nonostante dopo i fatti lui abbia dichiarato che non fossimo amici. Così con Mario, anche lui veniva al ristorante" dice Marco Bianchi.

"La sera dei fatti ero al ristorante con mio fratello, che lì lavorava, e con i miei amici. Poi io ho deciso di andarci a bere una cosa a Colleferro, io, mio fratello Gabriele, Vittorio Tondinelli, Omar Sahbani e Michele Cerquozzi. Guidavo io il Q7, era circa mezzanotte. Siamo andati al ‘Due di picche’ e lì abbiamo bevuto: abbiamo incontrato Francesco Belleggia e Mario Pincarelli intorno all’una. Da lì siamo usciti, ho incontrato una mia amica, abbiamo parlato del più e del meno e siamo andati a farci un giro con lei, Gabriele, Vittorio e le altre due ragazze amiche" il racconto di Marco Bianchi.

"Michele e Omar ci aspettavano nella piazza dei locali, a Colleferro, quando più volte hanno chiamato per dirci che c’era una lite sono tornato con mio fratello, Vittorio e le tre ragazze in macchina con noi. Ma assolutamente non correvo, come è stato detto. Quando siamo arrivati nella piazza della movida ho visto la folla di gente accalcata nei giardinetti. Mi sono impanicato, ero agitato. C’erano delle persone, ma andavo a 15/20 km orari al massimo. Ho spento la macchina e sono sceso tranquillamente, come tutti gli altri, mi sono avvicinato cercando i miei amici, Omar e Michele. Quando sono arrivato c’era tanta gente, mi sono permesso di spingerli non di picchiarli. Se li avessi picchiati perché non sono andati a farsi refertare in ospedale?".

Il 25enne di Artena, campione di Mma, è il primo a rendere esame nell’aula della Corte di Assise del Tribunale di Frosinone dove è in corso l’udienza del processo per l’omicidio del 21enne. Del suo atteggiamento spavaldo, da lottatore con la reputazione del violento, non c’è più nulla. Chiede scusa al pubblico ministero, chiede il permesso di parlare, di alzarsi per indicare gli spostamenti di quella notte sulla mappa.

"Ho visto Omar e accanto a lui Willy, che non conoscevo. Da agitato, impanicato, l’ho spinto e gli ho dato un calcio al fianco sinistro. Lui è caduto, ma non ha sbattuto contro la macchina. Omar mi ha fermato dicendo che non c’entravano nulla, di andarcene. Ho visto Willy rialzarsi subito. Conosco le conseguenze di un calcio frontale, se gli avessi dato un colpo al petto avrei ammesso la mia responsabilità. Ho dato un calcio a Willy, ma l’ho preso sul fianco sinistro, qui - indica in piedi al pm - non sul petto".

"Quando sono andato a Colleferro e ho visto il gruppo di persone, mi sono agitato perché credevo che il mio amico stesse litigando, ho colpito Willy perché era lì fermo davanti a Omar (Sahbani, ndr). Conosco le conseguenze di un calcio al petto, non mi sarei mai permesso" continua Marco Bianchi.

"Ho reagito male, mi sono agitato pensando fosse il mio amico ad essere in difficoltà. Ho spinto e colpito Willy, ma si è subito rialzato. Così, accertato che il mio amico non c’entrava nulla, sono uscito dai giardinetti e sono andato verso la macchina. Con la confusione di tutte quelle persone ho visto il ragazzo a terra, aggredito, ma non immaginavo fosse successo qualcosa di grave a quel ragazzo - sottolinea - non sarei mai ripartito".

"Quando siamo risaliti in macchina siamo tornati verso il ristorante di mio fratello, Belleggia si è intrufolato in auto, Pincarelli non è salito con noi. Omar (Sahbani, ndr) accusava e insultava Belleggia per aver colpito quel ragazzo senza motivo. Quando siamo arrivati ad Artena ho detto a tutti di prendersi le proprie responsabilità".

"Omar era arrabbiato anche con Pincarelli per la discussione avuta precedentemente al locale ‘due di picche’. Mario (Pincarelli, ndr) secondo quando diceva Omar - continua Marco Bianchi - ha colpito Willy con due colpi precisi, uno quando era in piedi l’altro quando era a terra, anche con tre, quattro colpi sul petto".

"Quando i carabinieri ci hanno detto di andare in caserma ero ignaro di tutto. Pensavo fosse unicamente per chiarire cosa fosse accaduto ma mai e poi mai avrei immaginato quello che poi abbiamo saputo l’indomani mattina" dice Marco Bianchi.

"Siamo andati insieme, io, mio fratello Gabriele, Francesco (Belleggia, ndr) e Vittorio (Tondinelli, ndr). Mario (Pincarelli, ndr) ci ha raggiunto dopo. Non sono un mostro come mi hanno descritto, ho sempre detto la verità, a differenza di altri - dice Marco Bianchi - Se sbaglio pago, non ho paura della galera. Sono uno che ammette sempre le proprie responsabilità".

"Ho sempre detto la verità, ma non sono mai stato creduto. E' morto un ragazzo, ma se lo avessi colpito in modo grave non me ne sarei mai andato, lasciandolo lì. Mi rivolgo ai familiari di Willy, se avessi sbagliato lo ammetterei".

"In un anno e 4 mesi si è parlato solo di noi - dice il 25enne di Artena - Siamo stati fatti passare per mostri, si parlava solo dei fratelli Bianchi. Qualsiasi cosa dicevamo venivamo attaccati. Ma ero sicuro che da esame del Dna e dopo la perizia sarebbe uscita la verità, perché a Willy ho dato solo una spinta e un calcio al fianco".

La deposizione del 25enne di Artena è in parte concentrata ad alleggerire non solo la sua, ma anche la posizione del fratello quando dice: "Gabriele non ha colpito Willy ma un altro ragazzo che temeva potesse colpirmi". Prima l’abbraccio, riuniti nella stessa cella di sicurezza, poi i cenni di intesa di Gabriele al fratello Marco.

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