Orban si accredita in Vaticano perché a Bruxelles è isolato

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Pope Francis shakes hands with Hungary's Prime Minister Viktor Orban at Romanesque Hall in the Museum of Fine Arts in Budapest, Hungary, September 12, 2021.   Vatican Media/­Handout via REUTERS    ATTENTION EDITORS - THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. (Photo: Vatican Media via Reuters)
Pope Francis shakes hands with Hungary's Prime Minister Viktor Orban at Romanesque Hall in the Museum of Fine Arts in Budapest, Hungary, September 12, 2021. Vatican Media/­Handout via REUTERS ATTENTION EDITORS - THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. (Photo: Vatican Media via Reuters)

Il Vaticano come nuovo fronte per accreditarsi. La visita del Papa ieri a Budapest è di conforto a Viktor Orban nella campagna elettorale in vista delle elezioni dell’anno prossimo, tanto più che a livello europeo il leader di Fidesz non se la passa bene, isolato da quando ha deciso di portare i suoi 13 eurodeputati fuori dal Ppe e ora avviato a stare ai margini delle trattative per le nuove nomine europee di fine anno quando scadrà la presidenza di David Sassoli insieme alle vicepresidenze e le presidenze di commissione. Orban ha un solo modo per tentare di ‘restare a galla’: entrare nel gruppo dei Conservatori e Riformisti, con cui è in trattativa. Ma ha il problema ‘Salvini’, non proprio benvenuto nel gruppo che comprende anche i parlamentari di Fratelli d’Italia, forza alleata ma anche competitor della Lega nel centrodestra.

A quanto si apprende da fonti Ue, Orban ha deciso di rimandare il momento della scelta a dopo le elezioni tedesche, d’accordo con la presidenza del gruppo di Ecr. Per ora, dunque, i suoi parlamentari restano senza casa politica. Ma da questa posizione appare difficile, se non impossibile, difendere la vicepresidenza d’aula conquistata nel 2019, assegnata all’eurodeputata ungherese di Fidesz Livia Jaroka, nonché conquistare altre posizioni tra tutte quelle che, a partire dall’autunno, verranno negoziate intorno alla presidenza dell’Eurocamera per la scadenza di metà mandato.

Perdere posizioni in Europa, dopo aver perso il gruppo parlamentare, potrebbe costare caro in campagna elettorale anche per uno solido come Orban. In Ungheria i sondaggi lo danno testa a testa con i suoi sfidanti: la coalizione di 6 partiti guidati dal sindaco di Budapest Gergely Karacsony (un terzo degli elettori è ancora indeciso). Gli anti-Orban hanno notevoli problemi di divisioni interne, ma arrivare a eguagliare il capo di Fidesz nelle rilevazioni pre-voto non era scontato. E allora il premier cosa farà?

La risposta per Ecr dovrebbe arrivare dopo le elezioni tedesche, appunto. Il suo grande sogno era quello di fondare un nuovo gruppo di nazionalisti al Parlamento Europeo, insieme al premier polacco Mateusz Morawiecki, Matteo Salvini, Giorgia Meloni. La quale però è contraria, interessata a difendere il suo ‘fortino’ dei Conservatori e Riformisti, partito di cui è presidente. Dall’alto di questa posizione la leader di Fratelli d’Italia sta facendo pesare la sua contrarietà ad una nuova casa politica, che evidentemente la metterebbe in ombra rispetto al trio di alleati maschi.

C’è da dire che il polacco Morawiecki le fa sponda. Anche per lui l’ideale sarebbe accogliere solo Orban in Ecr. Ma la sua contrarietà all’ingresso dei 25 eurodeputati leghisti si è affievolita negli ultimi tempi. In particolare da quando la Lega ha perso pezzi: 4 eurodeputati passati a Fratelli d’Italia, dopo la scelta di Salvini di appoggiare il governo Draghi. Adesso dunque, nel caso in cui entrassero in Ecr, i leghisti non sfiderebbero il primato dei polacchi del Pis, prima forza politica del gruppo con 27 parlamentari. Morawiecki dovrebbe solo contrattare un po’ di cariche di vertice con i nuovi arrivati, aprire loro le porte sarebbe più facile, non gli costerebbe la leadership del gruppo.

Insomma, l’autunno porterà chiarimenti anche sulla collocazione delle forze nazionaliste dell’Europarlamento. Non prima delle elezioni tedesche, appuntamento rispetto al quale sono slittate molte scadenze europee, quasi tutti i dossier per la verità. Per esempio, è slittata a fine mese la decisione della Commissione europea sui piani di ripresa e resilienza di Polonia e Ungheria, bloccati prima della pausa estiva in attesa di chiarimenti sulle presunte violazioni dello stato di diritto. A Palazzo Berlaymont non fanno mistero del fatto che il dossier ungherese è ben più ‘grave’ di quello polacco: se il piano di Orban restasse congelato, il leader perderebbe finanziamenti preziosi, la sua immagine ne risulterebbe danneggiata nella corsa al voto.

Da parte sua, Salvini temporeggia ma tratta con Ecr. A quanto si apprende da fonti Ue, i contatti si sarebbero intensificati nelle ultime settimane. Per lui c’è la scadenza delle amministrative di ottobre come spartiacque per le discussioni che si apriranno nella Lega a seconda di come andrà nella competizione con Fratelli d’Italia nelle città interessate al voto. Per ora i suoi 25 eurodeputati restano nel gruppo di Identità e democrazia, insieme ai lepenisti, all’ultradestra dell’Afd e altre piccole forze anti-europeiste che nei loro rispettivi paesi rappresentano percentuali a una cifra e non sono al governo. Posizione dunque scomoda per la Lega che a inizio anno ha deciso di appoggiare niente meno che il governo Draghi, tra i più europeisti dell’Ue.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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