Dall’orecchio alle arterie, la coltivazione degli organi

Quasi due anni di cure sperimentali e un trapianto mai provato prima: così una Sherrie Walter, manager americana 42enne, è riuscita ad avere un nuovo orecchio senza ricorrere a una protesi, ma coltivandone uno nuovo nel proprio braccio. Tutto è cominciato nel 2008, quando un carcinoma delle cellule basali, un tumore della pelle particolarmente aggressivo, le aveva fatto perdere un orecchio. Si tratta di un tipo di carcinoma molto diffuso e che generalmente si sviluppa lentamente, ma che in questo caso si è subito mostrato eccezionalmente aggressivo. Dopo la prima diagnosi Sherrie è stata curata con la radioterapia, ma dopo solo due anni il tumore si è riformato diffondendosi oltre che all’orecchio anche ad altre parti vicine, colpendo il cranio e le ghiandole salivari, i tessuti della testa e del collo. I medici hanno dovuto quindi rimuovere l’orecchio, il canale auricolare, alcune ghiandole e alcuni linfonodi e parte del cranio. Sherrie non voleva ricorrere a una protesi: «Immaginavo i miei figli che correvano a giro gridando “Ho l’orecchio di mamma”», ha dichiarato in un’intervista. Ma i timori di Sherrie non erano l’unico impedimento a un trapianto tradizionale: il tumore non aveva mantenuto abbastanza sana la struttura ossea e la pelle necessaria per poter sopportare una protesi.

Un nuovo orecchio. I medici del Johns Hopkins University Hospital hanno quindi deciso per l’autotrapianto con una delle ricostruzioni più complesse dell’orecchio che siano mai state fatte: i medici hanno prelevato della cartilagine dalle coste e ne hanno fatto la struttura dell’orecchio che è stato impiantato chirurgicamente sotto la pelle dell’avambraccio per quattro mesi. In questo periodo i vasi sanguigni del braccio hanno “nutrito” la cartilagine che è allungata ed si è ricoperta di pelle. Una volta pronto l’orecchio è poi stato trapiantato al suo posto e collegato ai vasi sanguigni della testa. I delicati interventi sono stati condotti dal team del Dr. Patrick Byrne, professore associato di chirurgia otorinolaringoiatria e del collo presso la Johns Hopkins University School of Medicine: «Ho pensato a questa strategia molti anni prima e davvero stavo cercando il paziente giusto su cui provarla». Sherrie, con la sua determinazione, è stata la persona giusta.



Il precedente. Non è la prima volta che un orecchio cresce nel braccio di una persona. Un precedente è quello di Stelios Arkadiou, in arte Stelarc, famoso per le sue opere di body art in cui si unisce al suo corpo componenti elettronici o robotizzati. Prima della medicina, è stata l’arte a richiedere questo tipo di sperimentazione: nel 2007 Sterlac si è fatto impiantare un orecchio, creato in laboratorio con le sue cellule, nel suo braccio sinistro. L’innesto però è poi andato incontro a rigetto e lo ha dovuto amputare. Probabilmente però questo eccentrico artista ha aiutato la ricerca a svilupparsi.

L’autotrapianto di cartilagine. Un’operazione complessa come quella subita da Sherrie Walter non ha paragoni, ma potrebbe avere un futuro. L’autotrapianto di cartilagine già avviene normalmente, anche se con procedure diverse: le cellule vengono fatte crescere in laboratorio e poi trapiantate là dove sono necessarie, per esempio nelle operazioni al piede o al ginocchio. Attualmente attraverso il trapianto di cartilagine possono essere coperte aree anche di cinque centimetri quadrati, anche se c'è il limite della profondità del danno: le cellule da innestare devono poggiare sull'osso per potersi integrare, coprendo tutto lo spazio disponibile, altrimenti non attecchiscono. Il team del Johns Hopkins University Hospital, invece, ha fatto crescere le cellule di cartilagine non in laboratorio, ma sul paziente, utilizzando i suoi vasi sanguigni. Questo potrebbe permettere la ricostruzione di parti più grandi e complesse, aprendo nuove frontiere per la medicina.

La coltivazione degli organi. È da tempo che la scienza studia come far crescere gli organi all’interno del corpo per evitare il rischio di rigetto: già nel 2005 alcuni ricercatori dell’università del Queensland, in Australia, hanno sperimentato una tecnica che usa la cavità addominale come un bioreattore per far sviluppare tessuti a partire da cellule estratte dal midollo spinale. «Gli organi che possiamo ricostruire con questo sistema - spiegano i ricercatori - non sono certo il cuore, il rene o il cervello. È possibile invece ottenere tessuti molli come un'arteria, una vena, l'utero o la vescica». Il sistema però è ancora in fase di sperimentazione e la prima applicazione potrebbe avvenire per la sostituzione di vasi sanguigni danneggiati, in particolare per i dializzati di lungo periodo che hanno subito danni legati all'uso frequente di aghi.

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