P2, quando Mattarella disse: "Struttura di potere alternativa a governo, altro che comitato affari"

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"Una tentazione ricorrente che si ripresenta in varie stagioni". E anche "uno strumento per condizionare la politica, attraverso il controllo degli apparati più importanti dello Stato, come le forze armate e poi i media e la magistratura. Una struttura di potere alternativa al governo". Non solo: "La P2 era qualcosa di più e di molto più inquietante di un comitato di affari". Qualcosa di cui "Moro capì che sottotraccia c'era qualcosa". Furono queste le parole di Sergio Mattarella, intervistato da Radio1 Rai, dal giornalista Alessandro Forlani, nel 2010, in occasione dell’uscita dei diari di Tina Anselmi, sulla vicenda della P2.

Mattarella, ai tempi dell'intervista tornato a svolgere il ruolo di professore universitario (sarebbe stato nominato nel 2011 giudice costituzionale) raccontò come "nell’81 ero al di fuori della politica". "Non avevo incarichi nella Dc ne nelle istituzioni - disse ai microfoni di Rai Radio 1 - . Quando scoppiò lo scandalo, la Dc non aveva il collegio dei probiviri, l’organismo di giustizia interna, perché era scaduto da un anno e non era stato rinnovato. A me così fu chiesto in gran fretta di presiederlo e di occuparmi del giudizio degli iscritti al partito che erano negli elenchi della P2".

"Decidemmo alcune espulsioni e numerose sospensioni per un anno, che era il massimo consentito - aggiunse Mattarella - . I provvedimenti riguardarono quelle persone per le quali, oltre alla semplice presenza negli elenchi, risultava qualche elemento di prova, come la domanda di ammissione, qualche sorta di corrispondenza, o altri documenti da cui risultasse l’appartenenza. Questo perché il collegio dei probiviri, non era un organo politico, ma giurisdizionale e poteva e doveva dare solo un giudizio di tipo tecnico".

Poi ammise: "Comunque, su tutti quelli che erano presenti negli elenchi, che a mio parere erano iscritti a tutti gli effetti alla P2, rimase un’ombra che ne condizionò la vita nel partito. C’era su di loro un giudizio morale negativo, perché il partito vietava esplicitamente l’iscrizione alle logge massoniche. Registrai all’interno del partito uno sbigottimento e una protesta molto forti".

Sulla loggia di Gelli il futuro capo dello Stato non aveva dubbi: "Il mio giudizio è affine a quello di Tina Anselmi ("consorteria eversiva", disse la presidente della Bicamerale d'inchiesta). Certamente vi erano prospettive di carriera, vantaggi, affari, offerti ai singoli, per acquisirli alla loggia. Ma erano acquisizioni fatte, per coltivare gli obiettivi politici della P2. La mia impressione fu che la P2 fosse uno strumento per condizionare la politica, attraverso il controllo degli apparati più importanti, dello Stato, come le forze armate e poi i media e la magistratura".

"Una struttura di potere alternativa al governo, con una per così dire sfiducia nei confronti del governo - definì la Loggia di Gelli - con il timore di contatti tra governo e opposizione parlamentare, contatti che avrebbero rafforzato le istituzioni. Istituzioni più forti, più condivise dalle forze politiche attenuano gli spazi di potere indebito".

Per Mattarella dunque "la P2 era qualcosa di più e di molto più inquietante di un comitato di affari. Il fatto stesso che tutti rispondessero a un vertice, mostra che gli iscritti erano pedine appunto di un vertice, il cui obiettivo era condizionare la politica nazionale, governo e parlamento, svuotandone funzionalmente alcune competenze di fatto, tramite il controllo degli apparati. Questa tentazione perversa, questa attitudine, di persone e ambienti che cercano e pretendono di decidere in segreto cosa deve avvenire nel nostro paese, è qualcosa di ricorrente".

Mattarella parlò, riferendosi alle trame occulte, di rischi legati "a una tentazione ricorrente, che si ripresenta in varie stagioni con maggiore o minore forza. Gli episodi su cui ha indagato la magistratura successivamente non sono della forza della P2. Anche perché la P2 approfittava delle tensioni internazionali di quegli anni, per imporre il suo controllo agli apparati".

Sui tanti politici che sembrarono cadere dalle nuvole, dopo la scoperta delle liste di Gelli, a Castiglion Fibocchi, nel marzo dell''81 Mattarella disse: "I leader credo intuissero che sotto il tavolo, nascostamente, si muovessero presenze che cercavano di condizionare la vita delle istituzioni. Non credo però che fossero a conoscenza piena di ciò che era realmente la P2 e della sua presenza. Non dimentichiamo che lo strumento chiave di conoscenza per le istituzioni sono i servizi segreti e i capi dei servizi facevano parte della P2".

"Quindi - argomentò Mattarella - è verosimile che i politici intuissero che c’erano delle presenze che volevano condizionare le istituzioni, ma che non sapessero nei dettagli di cosa si trattasse. Pensiamo ad alcune affermazioni fatte da Aldo Moro prima del rapimento sullo stato di pericolo che correva l’Italia. Moro capiva che sotto traccia c’era qualcosa".

"Però appunto gli strumenti che avrebbero dovuto dare al governo e al parlamento, quindi anche alle opposizioni, le informazioni necessarie a capire, erano fortemente condizionati - spiegò Mattarella - erano dentro lo strumento di condizionamento che era la P2".

"Io sono orgoglioso di aver contribuito ai lavori della Commissione d’inchiesta sulla P2. Tanti hanno detto che Tina Anselmi avesse una sorta di fissazione per la P2. Non è così. La Anselmi guidò quella commissione in modo libero, franco e coraggioso e ebbe grandi meriti per la repubblica", concluse Mattarella nell'intervista a Rai Radio 1.