Padre Salvini, il gesuita prodromico

Nicola Graziani
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Se c'è un aggettivo sottoposto ad uso eccessivo e logorante, quando si tratta di Chiesa e dintorni, questo è “profetico”: facile intuirne il perché. Data la premessa, Padre GianPaolo Salvini SJ non può essere definito come tale, quindi si preferisca il quasi sinonimo “prodromico”. Nel senso che è stato un seminatore di segni premonitori, non tutti immediatamente identificati come tali ma poi rivelatesi nella loro autentica natura, anche perché non c'è nulla di più intellegibile ai più di una previsione riletta con il senno di poi.

Padre Salvini oggi ha lasciato Villa Malta, dove fu per molti anni direttore de La Civiltà Cattolica, per volare verso una Residenza ancor più alta e, se possibile, più elegante e bella. La notizia del decesso l'ha data, elegantemente, il suo successore Padre Antonio Spadaro. Transit uno degli intellettuali cattolici più raffinati di questo inizio di secolo, ma trattandosi di un gesuita la cosa non stupisce.

Biografia in sintesi: nato nel 1936, entrò nella Compagnia di Gesù a diciott'anni. Laureato a Milano in Economia e poi in teologia a Innsbruck. Seguono anni di attività pastorale a Salvador di Bahia, quindi al Centro Studi Sociali e alla rivista Aggiornamenti Sociali a Milano. È il 1969 e la data dice molto, per uno che scrive di novità sociali. Nel 1985 direttore de La Civiltà Cattolica, fino al 2011. Quasi tutto il pontificato di Giovanni Paolo II, insomma, più uno spicchio consistente di Benedetto XVI. I rapporti con l'uno e con l'altro furono di grande obbedienza, ma anche qualche bricconeria.

L'insostenibile leggerezza dell'infallibilità

Prendiamo ad esempio il tema dell'infallibilità del Papa. Padre Salvini non ha fatto in tempo a sostituire Padre Bartolomeo Sorge (di lui accenneremo poi) che la Civiltà Cattolica ti pubblica un bell'articolo sull'argomento, che suona alle orecchie di molti evocativo di un libro del teologo protestante svizzero Hans Kueng: “Infallibile? Una domanda”.

A differenza di Kueng, i gesuiti non si pongono domande ma hanno solide risposte assertive. Nel caso specifico addirittura cinque: 1) Quello che stabilì il Concilio Vaticano I è superato; 2) Sempre il Vaticano I ha conferito al romano pontefice “un riverbero quasi divino..., come se il papa fosse un' entità quasi trascendente"; 3) Di conseguenza nella Chiesa serpeggia un "infallibilismo", che è "tipico in qualche modo della mentalità cortigiana” fino a giungere ad una vera e propria “papolatria”; 4) La "pura dottrina dell'infallibilità", invece, impone che il Papa è infallibile solo se pronuncia ufficialmente un dogma. Per tutto il resto c'è il punto 5.

Eccolo: 5) pur con il rispetto dei "figli verso il padre", anche nella Chiesa c'è libertà di critica. Giovanni Paolo, sei avvertito. Joseph Ratzinger, che in questo momento guidi l'ex sant'Uffizio, ricorda che noi Kueng lo leggiamo, e in lingua originale, anche se qualcuno ne blocca le pubblicazioni in Italia timidamente tentate dai salesiani.

L'esempio è un po' lungo, ma ne valeva la pena per capire quel grado di serena insubordinazione obbediente che ha sempre caratterizzato il pensiero e l'opera di ogni gesuita, quindi anche di Salvini.

Tra gli altri interventi si ricorderà quello in soccorso di De Mita e contro Formigoni e Cl nel 1987, che suscitò le ire guardacaso di Craxi e del Caf, e qui a soffrirne fu un po' anche il suddetto Sorge, sponsor della Primavera di Palermo culminata nell'abbandono della Dc demitiana da parte di un giovane Leoluca Orlando. Oppure quando, in un convegno alla Gregoriana nel 1989, affermò che l'economia mondiale è concepita come scontro e competizione e non come solidarietà. All'epoca era eresia bella e buona.

Ancora: nel 1992 con la Dc ancora esistente anche se molto rantolante, andò contro i vescovi italiani nel dire che l'unità politica dei cattolici non era un dogma (anche qui: il dogma …) e che se la Dc ci teneva ai voti dei cattolici se li doveva meritare.

Tra gli ultimi interventi dirimenti quell'editoriale (editoriale, si noti) della sua rivista in cui si diceva che la guida spericolata è peccato. E già sarebbe bastato, ma a lui non bastava: è peccato tale e quale a quello sessuale. E se si considera quanto il tema della sessualità fosse centrale nel magistero della Chiesa in quel momento, si capirà cosa significasse alle menti di molti l'accostare un sorpasso azzardato ad un adulterio.

Ma non fu il solo

Ora si riuniscano i puntini del ragionamento e si otterrà un profilo stilizzato, come da prassi. Eccoli: dubbi sulla centralità papolatrica del Vaticano; accusa all'economia mondiale di essere sfruttatrice nei confronti dei poveri; studi in un paese di lingua tedesca e esperienza sudamericana; sovvertimento delle classiche categorie gerarchiche del peccato. C'è di che immaginare che, guardando al Francesco, GianPaolo Salvini avesse qualcuno in cui identificarsi. E non solo perché di gesuiti si tratta.

 

Ecco perché non diciamo profetico, ché troppo sarebbe, ma prodromico sì. Anche se non fu l'unico a vederci lungo, in quegli anni.

Quando venne a mancare, nel 2012, Oscar Luigi Scalfaro, si venne a sapere che da tempo aveva preso la decisione di lasciare tutte le sue carte (e tante ne doveva avere) a La Civiltà Cattolica di Padre Salvini, e non al Quirinale o a qualsiasi altra biblioteca o fondazione che fosse. I funerali, poi, li celebrarono a Santa Maria in Trastevere, e se ne occupò la Comunità di Sant'Egidio. Una delle sue frasi preferite era: “non sono iscritto alla categoria dei profeti”, ma anche lui probabilmente aveva capito dove si andava a parare.