Paesi baschi in ginocchio ma orgogliosi, "non ci servono i militari"

Davide Sarsini

In Spagna nemmeno l'emergenza coronavirus abbatte il muro di diffidenza dei Paesi baschi verso il governo di Madrid: Euskadi è l'unica delle 17 comunità autonome a respingere ogni tipo di aiuto dai militari, pur essendo la terza più colpita dopo Madrid e Catalogna con oltre 2 mila contagi. Il presidente della comunità basca ('lehendakari'), Iñigoù Urkullu, afferma che "continua a non essere necessario" un intervento dell'Unidad Militar de Emergencia. 

Domenica per la prima volta l'esercito è intervenuto per disinfettare l'aeroporto di Bilbao e nei prossimi giorni potrebbero ripetere l'operazione negli altri scali e nelle principali stazioni ferroviarie dei Paesi baschi. L'intervento è consentito dal fatto che aeroporti e stazioni sono di proprietà dello Stato per cui non è necessaria l'autorizzazione del governo locale e lo stesso Urkullu ha assicurato "disponibilità totale" a collaborare nella gestione dell'emergenza. 
 

Nei prossimi giorni, però, la tensione potrebbe salire di pari passo con l'emergenza sanitaria: la comunità autonoma della Spagna settentrionale, in cui è ancora forte la spinta indipendentista di cui per 60 anni si è alimentato il terrorismo dell'Eta, aveva già espresso la sua contrarietà all'accentramento del comando unico delle operazioni a Madrid. Con la dichiarazione dello stato d'allarme su tutto il territorio nazionale, infatti, il governo Sanchez ha ora il controllo sul dipartimento della Salute (Osakidetza) e sulla sua forza di polizia (la Ertzaintza) dei Paesi baschi. 

Per ora non si profila un intervento più ampio dei militari che comunque richiederebbe un via libera dal governo dei Paesi baschi. Urkullu ha assicurato di poter allestire propri ospedali da campo e ha già provveduto a rafforzare la polizia basca in modo autarchico, precettando vigili del fuoco e protezione civile.