Pandemia costringe Italia a colmare gap digitale

di Valentina Za e Elisa Anzolin e Elvira Pollina
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Un insegnante durante una lezione online a Napoli

di Valentina Za e Elisa Anzolin e Elvira Pollina

MILANO (Reuters) - Ecofiltri, piccola azienda abruzzese che rigenera filtri anti-particolato, ha preso a prestito liquidità garantita dallo stato lo scorso anno, come migliaia di altre aziende in lotta per sopravvivere alla pandemia.

Tuttavia, invece di usare il denaro per pagare affitti e bollette arretrate, Ecofiltri ha investito i soldi in un rinnovamento tecnologico dell'impresa. Già alle prese con una transizione di più lungo periodo al trasporto elettrico, la società è stata spinta ad agire dopo che la crisi legata al coronavirus ha ridotto il numero di auto sulle strade.

"Abbiamo ampliato i nostri stabilimenti, acquistato un ponte sollevatore a tecnologia 4.0 e perfino creato un dipartimento R&S dove stiamo lavorando a tre progetti che speriamo di poter brevettare, per fornire prodotti e servizi sempre più intelligenti", ha detto a Reuters il co-fondatore di Ecofiltri Simone Scafetta.

L'Italia nel 2019 si collocava quartultima nell'Unione europea per quello che riguarda la competitività digitale, secondo l'ultimo l'Indice per l'Economia e la Società Digitale (Desi). Costringendo il paese a una forte accelerazione tecnologica, la pandemia sta offrendo all'Italia un'occasione unica di migliorare la sua scarsa produttività e la crescita economica.

Un'espansione economica più rapida è essenziale per Roma per riuscire a sostenere il terzo debito pubblico più grande al mondo, che la pandemia ha gonfiato fino a 1,6 volte il Pil.

Una ricerca del Politecnico di Milano mostra che l'Italia potrebbe aggiungere in media 1,9 punti percentuali all'anno al Pil se le piccole e medie imprese colmassero il gap del 40% che le divide dalle controparti spagnole, misurato sulla base di indicatori che vanno dalle capacità dell'e-commerce o della fatturazione elettronica fino all'uso dei big data.

"Ma questo è vero solo se le imprese sapranno passare da un approccio reattivo (guidato dalla crisi) alla tecnologia a un approccio strategico, e se il contesto in cui queste imprese operano saprà evolversi con loro", spiega Giorgia Sali, direttrice dell'Osservatorio del Politecnico su Pmi e innovazione digitale.

L'Italia stima che in anni recenti le sue imprese siano rimaste indietro rispetto al resto d'Europa in termini di investimenti digitali per un ammontare pari a circa 2 punti percentuali di Pil.

La pandemia ha portato un gradito cambiamento: l'86% delle imprese italiane in un sondaggio di medie e grandi aziende commissionato da Dell Technologies ha detto di aver accelerato i piani di trasformazione digitale nel 2020, al di sopra della media europea del 75%.

"La pandemia ha fatto sì che imprenditori e manager toccassero con mano il notevolissimo ritardo accumulato dall'Italia sul digitale rispetto al resto d'Europa", ha detto Francesca Moriani, Ceo di Var Group, aggiungendo che l'Europa a sua volta "arranca sulla tecnologia rispetto a Usa e Cina che fanno la parte del leone".

L'economia digitale della zona euro raggiunge solo circa i due terzi di quella degli Usa.

Un dato incoraggiante è che il 92% delle piccole e medie imprese contattate da Var Group si aspetta di investire in capacità digitali nei prossimi due anni, malgrado il crollo di vendite dovuto alla pandemia.

FONDI RECOVERY

Il deficit digitale italiano ha molte radici.

In un paese dove l'accesso alla banda larga è al di sotto della media europea, le grandi aziende che possono sostenere programmi di investimento tecnologico sono solo una frazione irrisoria del totale.

Molte imprese sono di proprietà e conduzione familiare, il che significa che tendono anche a non avere i manager con le giuste capacità per gestire una trasformazione digitale.

Uno studio della Banca centrale europea ha anche mostrato vincoli di finanziamento quando le imprese si affidano principalmente ai finanziamenti bancari come in Italia, dal momento che gli istituti di credito tradizionali spesso fanno fatica a valutare i rischi contenuti in progetti basati su tecnologie complesse.

Se si aggiunge una popolazione che invecchia e una bassa percentuale di laureati in tecnologie di informazione e comunicazione (Ict) -- circa 5.000 l'anno rispetto ai 18.000 della meno popolosa Spagna secondo i dati Eurostat -- l'Italia si ritrova indietro nella corsa digitale.

Per spingere all'adozione di tecnologie innovative da parte delle sue aziende e una connettività ultraveloce, Roma ha stanziato 46 miliardi di euro dei fondi europei per la ripresa per gli investimenti digitali sotto la guida dell'ex AD di Vodafone Vittorio Colao, ora ministro per l'Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale.

Come in Grecia, questa spinta alla modernizzazione riguarda anche i servizi pubblici che secondo Scafetta danno il cattivo esempio.

"Abbiamo dato al nostro staff palmari e schermi per condividere informazioni senza sosta e interagire con i clienti... le persone non possono certo creare valore andando da un ufficio all'altro con un pezzo di carta in mano come spesso succede negli uffici pubblici".

Con sede in Abruzzo, Ecofiltri ha brevettato un processo per rigenerare i filtri anti particolato e i catalizzatori.

Per finanziare i suoi progetti, che includono anche l'introduzione di sensori a fini diagnostici e un sistema di gestione del magazzino in grado di interfacciarsi tanto con il sito dell'azienda quanto con piattaforma come Amazon, lo scorso settembre Ecofiltri ha preso un prestito di 100.000 euro tramite Credimi, una società di credito fintech.

Credimi spiega come l'innovazione digitale sia un importante fattore nella domande di credito che riceve dalle piccole e medie imprese.

"Con poche eccezioni, la pandemia ha colto alla sprovvista le piccole e medie imprese italiane (sul fronte della tecnologia), costringendole a correre ai ripari", ha detto Fabio Troiani, Ceo per l'Italia e i servizi digitali globali della milanese Bip Consulting.

"Per alcune imprese è divenuta questione di vita o di morte".

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Molte piccole imprese italiane si stanno adeguando alla sfida.

La quota di piccole e medie imprese che usano l'e-commerce è aumentata del 50% fino a un terzo del totale, con coloro che per la prima volta hanno fatto e-shopping aumentati di due milioni durante il primo lockdown nazionale la scorsa primavera, secondo i dati del Politecnico e di Netcomm.

I dati del Politecnico mostrano anche un balzo del 42% nei servizi cloud per le piccole e medie imprese, con i lavoratori da remoto aumentati di 11,5 volte a 6,6 milioni.

Per il momento, i programmi governativi di incentivo che mirano a favorire gli investimenti digitali sono stati recepiti prevalentemente dalle grandi imprese.

La sfida è portare a bordo società come Ecofiltri, una delle oltre 4 milioni di imprese italiane con meno di 10 dipendenti, il 95% del totale.

Le piccole imprese trovano difficile attirare persone con le competenze necessarie in un paese dove i laureati in discipline Ict sono soltanto l'1% del totale, il dato più basso della Ue, contribuendo così all'ultimo posto dell'Italia nell'indice Desi relativo al capitale umano.

"Non è stato facile, ma abbiamo assunto un ingegnere, e la prossima persona che assumiamo dovrà essere a sua volta un ingegnere o non andranno bene per i nostri piani di sviluppo", ha spiegato Scafetta.

Diego Ciulli, senior public policy manager di Google, avvisa che un fallimento nel colmare il gap tecnologico dell'Italia, in un momento in cui i consumatori a livello globale si sono ormai spostati su canali online, potrebbe essere qualcosa di più che un'occasione persa.

"Il rischio vero è scivolare ancora più indietro", ha detto Ciulli.

"Se i produttori vinicoli italiani aspettano la ripresa delle fiere per trovare nuovi clienti esteri mentre quelli francesi diventano bravi a vendere il proprio vino online, non si perde solo un'occasione di crescita, si perdono quote di mercato".