Paolo Baratta racconta la Biennale: storia di una rivoluzione

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Image from askanews web site
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Venezia, 13 lug. (askanews) - Un racconto in prima persona, fatto da un protagonista diretto: Paolo Baratta, presidente della Biennale di Venezia tra il 1998 e il 2001 e poi, in un lungo e decisivo mandato, dal 2008 al 2020, ha raccolto la sua storia della Biennale nel libro "Il Giardino e l'Arsenale", edito da Marsilio. Volume capace di unire, come ha notato Angela Vettese, il racconto culturale e l'analisi politico-burocratica, che è stato presentato nella sede della Biennale a Ca' Giustinian alla presenza della stessa docente e critica, del professore londinese Ricky Burdett, collegato in remoto, e di Oberdan Forlenza, presidente del Teatro di Roma.

"La mia nomina nel 1998 - ha detto Baratta davanti alla platea veneziana - ha rappresentato un punto di svolta per il Paese per un diverso rapporto tra politica e arte, tra politica e cultura. I direttori sono stati nominati tutti da me, cosa che prima era inimmaginabile, tutto veniva deciso a Roma".

Un momento storico e un ruolo, quello di Baratta, molto particolare, che ha rappresentato, viene da dire, un cambiamento che era necessario accadesse, dopo un lungo periodo di crisi e stagnazione, un periodo, durato fino alla fine degli anni Novanta, che per l'ex presidente ha rappresentato 30 anni perduti, anni nei quali "cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto la televisione".

"Ho dovuto verificare nel tempo - ha aggiunto Baratta - che sarei stare autonomo, ma dopo la mia nomina si è sviluppata una fase di grande rispetto istituzionale nei confronti della Biennale. Non ho fatto fatica a iniziare subito con uno sviluppo autonomo della vita della Biennale. Da quel momento non c'è stato più nessuna ingerenza politica e quando ci fu un tentativo me ne sono andato. Ma in quel periodo, comunque, la Biennale è rimasta autonoma e indenne, grazie anche a due presidenti di primissimo piano".

Il libro di Baratta, "umanista e uomo di Stato", come ha detto Forlenza, unisce la storia e il racconto in prima persona. E la scelta di partire dal resoconto del passato nasce dalla convinzione di Baratta che " è un bene per un'istituzione avere presente la propria storia come vissuto permanente. Le battaglie ideologiche in Italia - ha aggiunto - sono state tali che lo smarrimento era fisiologico. La difficoltà dell'Italia è di fare i conti con il moderno e anche per questo è entrata nel contemporaneo a gamba tesa. Il conflitto tra cosmopolitismo, ossia la ricerca di un'arte internazionale, e tradizione, ci sono sempre stati, questo è stato il dilemma del secolo scorso".

Il punto cruciale dell'azione di Baratta ruota intorno a una vera e propria rivoluzione: "La riforma del 1998 - ha detto - ha introdotto il diritto privato in un soggetto pubblico. E questo è un tema molto delicato da trattare in Italia". E l'immagine del Paese che il libro tratteggia, pur senza usare mai la parola, è quello di una cultura sempre esposta alla lottizzazione; quello di una nazione soffocata dagli stessi che volevano portare avanti, almeno sulla carta, il cambiamento. "Il '68 - ha notato Baratta, con l'ironia elegante e implacabile che lo contraddistingue - è durato in Italia vent'anni, alla Biennale trenta". Senza nessun vero cambiamento, ma, anzi, con un lento sprofondare in una Laguna che assomigliava sempre più a una palude.

A testimonianza dell'importanza del lavoro fatto da Baratta, anche l'attuale presidente della Biennale, Roberto Cicutto, ha ricordato che il suo predecessore "ha dovuto demolire un edificio e ricostruirlo da capo, sfidando leggi anacronistiche", consentendo oggi alla Biennale di essere quell'istituzione internazionale, autorevole e autonoma che nei fatti è. E che in molti consideriamo una dato acquisito e scontato, cosa che per oltre un secolo non è stata. E nell'elegante figura di Paolo Baratta - istrionico e ufficiale al punto giusto; capace di suscitare ancora oggi deferenza, ma anche una sensazione di intimità intellettuale; sempre disposto a ricordare l'importanza della difesa del "desiderio" di arte e di cultura, a costo di apparire tautologico - in questa figura di uomo di potere, già ministro della Repubblica, che lo ha usato per potenziare la ricerca sui territori più scomodi e sulla dimensione sociale, per esempio dell'architettura (ripensate alle ultime tre mostre di Architettura, giusto per capire di cosa stiamo parlando), si trova, alla fine, il senso di una contemporaneità che abbraccia il cinema e le arti, al plurale, ma anche le istanze della salvaguardia del pianeta, dell'idea di comunità e di partecipazione, della ricerca di domande sempre più complesse al posto di risposte semplici e magari banali, per quanto apparentemente rassicuranti. Anche in questo senso il lavoro di Baratta, che si è mosso con lo stesso stile tra la burocrazia e l'avanguardia, ha rappresentato una lezione fondamentale. Capace di dare un nuovo senso a parole come "politica" e "cultura", insieme e in relazione permanente, distinta e positiva tra loro.

(Leonardo Merlini)

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