Paolo Borgna: "Dai magistrati interdizioni morali, ma è una riforma positiva"

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Paolo Borgna. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO (Photo: ALESSANDRO DI MARCO ANSA)
Paolo Borgna. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO (Photo: ALESSANDRO DI MARCO ANSA)

“Il giudizio sulla riforma è positivo, dalla magistratura toni apodittici nelle critiche, più un’interdizione morale che un diritto di critica”. Paolo Borgna è stato procuratore aggiunto di Torino, membro della direzione distrettuale Antimafia, quarant’anni di magistratura prima di andare in pensione l’anno scorso. Oggi scrive saggi e collabora per Avvenire, il suo è un osservatorio privilegiato su sofferto via libera dato ieri in Consiglio dei ministri alla riforma della giustizia penale.

Dottor Borgna, finalmente abbiamo un testo definitivo e si possono tirare le somme: qual è il giudizio sulla riforma Cartabia?
Il mio è un giudizio complessivamente positivo. Anzitutto ritengo che per la prima volta si riaffermi il principio che si possono fare delle buone riforme, anche non sottostando agli anatemi di personaggi importanti della magistratura. Il senso complessivo del testo è poi positivo, il fatto che i processi durino all’infinito e che la lentezza non la paghi più il cittadino è un passo avanti.

Lei parla di anatemi, e in effetti, sia pur con diverse sfumature di toni, tutti i magistrati che sono intervenuti sul tema hanno bocciato la riforma.
Quel che mi ha più colpito nelle critiche dei giorni scorsi è stato il tono apodittico. Che fa apparire alcune frasi come un’interdizione morale più che l’esercizio del diritto di critica. Come quando, ad esempio, si è affermato che la riforma della improcedibilità di un processo dopo un’inerzia di anni, renderebbe “più conveniente delinquere”. Sulla base di quali dati statistici si afferma, ad esempio, che la riforma proposta dalla ministra Cartabia falcidierebbe il 50% dei processi pendenti in appello? Due anni per celebrare la sola fase di appello di un processo sembrano, francamente, un termine assai lungo.

Allora perché questa stroncatura?
Perché c’è un problema di corporativismo. Nel libro “Una fragile indipendenza” che ho scritto con Jacopo Rosatelli, abbiamo affrontato proprio questo punto: con gli anni l’indipendenza si è trasformata in arroccamento. Non dico che si debba rinunciare all’indipendenza, ma bisogna capire che per difenderla bisogna rinunciare all’automatica difesa della corporazione, uscire dal racconto della cittadella assediata. Cosa accadrebbe se un rappresentante del potere legislativo o esecutivo intervenisse, a commento di un processo in corso e alla vigilia della camera di consiglio, con la stessa veemenza con cui alcuni magistrati intervengono nel procedimento legislativo? Anni fa abbiamo assistito a simili interferenze e, giustamente, la magistratura associata insorse rivendicando la propria indipendenza. Possibile che oggi, di fronte ai diktat morali di alcuni influenti magistrati nessuno, all’interno della magistratura, intraveda un rischio di lesione per le prerogative del potere legislativo?

A proposito dei legislatori, il testo varato ieri contiene le modifiche chieste dai partiti: niente improcedibilità per reati di terrorismo, mafia, droga e violenza sessuale, un regime diverso dove venga contestata l’associazione mafiosa. Sono modifiche utili?
Sono compromessi di tipo politico sui quali eviterei di pronunciarmi. Annoto solamente che chi si opponeva all’improcedibilità per quei reati portava avanti un discorso importante, alcuni processi non possono finire nel nulla. Ma rilevo anche che la maggior parte dei processi di mafia o per omicidio, la riforma non avrebbe inciso. Tra l’altro spesso in quei processi gli imputati sono detenuti, e quindi l’iter è comunque più breve, non c’era il rischio paventato da alcuni che volevano drammatizzare quel punto, di migliaia di processi che sarebbero caduti nel nulla.

Quindi il rischio di vedere procedimenti sensibili andare in fumo non c’è mai stato?
Diciamo che la situazione che avremo domani è questa: il problema dell’arretrato non si pone, la riforma vale per i reati dal 2020 in poi, basterà organizzarsi per quelli successivi. Poi, senza scendere nel tecnicismo, con tutte le eccezioni che sono state introdotte e con il regime transitorio il quadro è tale per cui l’esigenza di non mandare al macero i processi è stata soddisfatta.

Alcuni magistrati continuano a sostenere la tesi contraria.
Le rispondo con un esempio: A Torino alcuni anni fa un processo di appello come quello alla ThyssenKrupp che era molto complesso per la ricostruzione del fatto e anche dal punto di vista del diritto, è stato celebrato in 12 mesi compresi motivazione e deposito della sentenza. Come mai quello che è possibile a Torino non è possibile a Roma, Napoli o Palermo? E non c’entrano le notizie di reato, perché se andiamo a vedere il rapporto tra numero di magistrati e procedimenti Palermo è messa meglio di Torino.

E quindi il problema qual è?
Mi faccio una domanda: perché la magistratura associata non pone il problema di controllo della laboriosità? In 40 anni ho visto tanti magistrati che lavorano 12 ore mangiando un panino alla loro scrivania, colleghi che per scrivere le motivazioni si portavano i faldoni in vacanza. Ma ho visto anche magistrati che il pomeriggio non ci sono mai, che quando avvocati o polizia li cercavano per il deposito di atti erano in palestra. Poi però, quando si facevano le valutazioni per la carriera, a parte qualche aggettivo in meno, le valutazioni erano positive per tutti.

E da questo punto di vista la riforma è incisiva?
Lo è nella misura in cui, quando sarà a regime, se una corte d’Appello continua ad accumulare processi si dovrà andare a vedere perché. E anche perché formalizza che il pm debba richiedere il rinvio a giudizio solo se ha buone possibilità di arrivare a condanna. Anche lì bisogna fare selezione, e lì ritorna problema della laboriosità. Il pm che manda avanti meno processi solitamente lavora meglio, perché li studia e quindi lavora di più, ma sono tanti quelli che sanno che mandare avanti tutto indiscriminatamente è un buon modo per lavorare meno.

Lei parlava di corporativismo. Il governo ha preso l’impegno anche della riforma del Consiglio superiore della magistratura. È un buon modo per scardinare quel sistema?
Sarebbe una riforma giusta, ma a costituzione invariata nessuna riforma seria può essere fatta. Allora io dico, riprendendo una tesi di Guido Neppi Modona, interveniamo sulla composizione e rendiamo paritaria la quota tra togati e laici. La metà laica sia scelta per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento e per un terzo dalla Corte costituzionale, e in tempi diversi, per superare l’obiezione di una maggior ingerenza della politica. Ma l’unico modo per diminuire i poteri delle correnti è quello di diminuire i membri togati.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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