Papa Francesco, il generale Naaman il Siro e la purificazione della Curia

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Pope Francis ordains bishop Michael Czerny, as he celebrates a mass during which he conferred the ordination to four bishops in St. Peter's Basilica at the Vatican, Friday, Oct. 4, 2019. (AP Photo/Alessandra Tarantino) (Photo: via Associated Press)
Pope Francis ordains bishop Michael Czerny, as he celebrates a mass during which he conferred the ordination to four bishops in St. Peter's Basilica at the Vatican, Friday, Oct. 4, 2019. (AP Photo/Alessandra Tarantino) (Photo: via Associated Press)

“Siamo tutti noi dei lebbrosi, tutti noi, bisognosi di essere guariti”. Niente analisi sui mali della Curia in quanto struttura, quest’anno, nel discorso per gli auguri natalizi di Papa Francesco nell’Aula della Benedizione. Eppure il discorso è stato seguito da un annuncio ufficiale molto forte, quello che il cardinale Peter Turkson (come anticipato da Huffpost) lascerà l’incarico di Prefetto del Superdicastero di Curia dello Sviluppo umano integrale, dopo - cita il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede - “la visita di valutazione dell’estate scorsa”. Al suo posto l’interim viene assunto dal cardinale Michael Czerny, con suor Alessandra Smerilli come segretario.

Il discorso del Papa è stato un discorso su armature vittoriose che coprono le piaghe della lebbra e sul fatto che le piaghe della lebbra non possono essere guarite senza abbandonare l’armatura. Papa Francesco fa l’esempio di quanto accadde a Naaman il Siro, un generale vittorioso, ma che insieme alla fama, alla stima e agli onori, la gloria era costretto a convivere con un dramma terribile: era lebbroso. ”La sua armatura, quella stessa che gli procura fama e onori, in realtà copre un’umanità fragile, ferita, malata”. Aggiunge Francesco: “Questa contraddizione spesso la ritroviamo nelle nostre vite: a volte i grandi doni sono l’armatura per coprire grandi fragilità”.

Ebbene Naaman il Siro che fa? Cerca una soluzione al suo dramma e si mette in viaggio per incontrare il profeta Eliseo, con oro e argento. Spera di “comprare” la sua salvezza. Invece il profeta gli dice semplicemente: va al fiume e Giordano, spogliati e bagnati per sette volte. Lì per lì il grande generale pensa che sia uno strano suggerimento, ma i suoi servi lo spingono (“Se ti avesse chiesto cose difficili le avresti fatte”) e così accetta, si spoglia e si immerge nudo, la sua pelle diventa pura come quella di un piccolo bambino. Il Papa spiega che Naaman comprende una verità fondamentale: non si può passare la vita nascondendosi dietro un’armatura, un ruolo, un riconoscimento sociale. Arriva il momento, nell’esistenza di ognuno in cui si ha il desiderio di non vivere più dietro il rivestimento della gloria di questo mondo, ma nella pienezza di una vita sincera, senza più bisogno di armature e di maschere. “La lezione è grande! L’umiltà di mettere a nudo la propria umanità, secondo la parola del Signore, ottiene a Naaman la guarigione”.

E continua, proprio rivolto ai principi della Chiesa, ai signori cardinali: “La storia di Naaman ci ricorda che il Natale è il tempo in cui ognuno di noi deve avere il coraggio di togliersi la propria armatura, di dismettere i panni del proprio ruolo, del riconoscimento sociale, del luccichio della gloria di questo mondo, e assumere la sua stessa umiltà”. E ancora: “Questa è la pericolosa tentazione – l’ho richiamato altre volte – della mondanità spirituale, che a differenza di tutte le altre tentazioni è difficile da smascherare, perché coperta da tutto ciò che normalmente ci rassicura: il nostro ruolo, la liturgia, la dottrina, la religiosità. Scrivevo nella Evangelii gaudium: In questo contesto, si alimenta la vanagloria di coloro che si accontentano di avere qualche potere e preferiscono essere generali di eserciti sconfitti piuttosto che semplici soldati di uno squadrone che continua a combattere”.

Francesco aggiunge: “Non dobbiamo vergognarci della nostra fragilità” perché, citando Henry de Lubac, “la Chiesa è fatta di poveretti, non di scienziati, ma di storpi, si affollano i deformi, i miserabili di ogni sorta, fanno ressa i mediocri”.

Se Naaman avesse continuato a restare chiuso nella sua armatura, sarebbe rimasto isolato nella sua malattia e sarebbe morto prima o poi. “Ma per diventare umili spesso c’è bisogno di grandi umiliazioni” afferma Papa Francesco, citando gli Esercizi spirituali di Sant’Ignazio, il fondatore dei gesuiti. Il contrario dell’umiltà è la superbia: “ma i superbi bruceranno come paglia non lasciando dietro di sé né radici né germogli. Siamo tutti poveri e i poveri sono i mancanti non solo di cibo, ma di tutto quello che dà senso e speranza. Bisogna agire senza trasparenza e senza cordate”. Insomma, signori cardinali, fate come Naaman il Siro.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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