Papa Francesco sempre più il Primate d'Italia

Nicola Graziani
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AGI -  Il pensiero è globale, l'azione locale. Il Pontefice che apriva gli anni santi dal cuore dell'Africa, ad indicare una Chiesa sempre meno italocentrica, dedica tre interventi in pochi giorni alla Penisola, seguendo un andamento a cerchi concentrici. Vescovo di Roma (come ricordò già nel primo minuto del pontificato) e Primate d'Italia, è partito da un ragionamento di carattere puramente ecclesiologico per passare poi ad un problema etico, morale e sociale e toccare infine un argomento che, visto il momento in cui è stato affrontato, non può che evocare l'immediatezza del momento politico.

Un momento in cui un ex allievo dei gesuiti, entrato nemmeno un anno fa nella Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, viene chiamato a districare il ginepraio in cui si sono cacciati leader confusi e partiti indocili. In una parola: dare un governo all'Italia. Mario Draghi, sei ormai giunto al paragone.

L'Italia: per la Chiesa da sempre terra d'elezione e canapo alla caviglia. Non te ne puoi liberare, non puoi vivere senza. È l'antica storia dei successori di Pietro: vorrebbero pensare in santa pace all'eresia pelagiana di Britannia e invece gli tocca mediare tra Bianchi e Neri; il cortile di casa e le sue beghe contro il respiro universale della missione apostolica. Di solito, o almeno non di rado, prevale la prima urgenza sulla seconda.

Bergoglio, una manciata di giornate fa, si è trovato costretto a richiamare i vescovi italiani. Cinque anni dopo un garbato ma chiaro invito a celebrare il sinodo nazionale ha dovuto usare la bacchetta. Un grande sì iniziale cui non è seguito nessun passo concreto. Il sinodo è ancora di là da venire. Lo si faccia senza tergiversare oltre, ha intimato ricordando di conseguenza che il Primate è lui.

A questo punto il Papa è passato ad una critica più aperta e generale della società italiana: culle vuote, meno figli, inverno demografico. Non è solo questione di coronavirus: il fenomeno è vecchio di una quarantina d'anni almeno, ed ora si è solo accentuato. Così, chiedendo una primavera di infanti urlanti nelle nursery, ha ricordato due cose. La prima che l'Italia è come l'Europa: o cambia o si estingue. La seconda che i grandi problemi strutturali – che hanno sempre una valenza morale quanto sociale - devono essere affrontati con un approccio sistemico, come in economia. Insomma, come dice la Fratelli Tutti, c'è bisogno di buona politica.

Tempesta in corso, ci vuole il nocchiero

Segue il terzo passaggio, quello più recente. Francesco riceve il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Tocca una lunga serie di argomenti internazionali (dei rapporti con la Cina, ad esempio, dice che “la Santa Sede auspica che il cammino intrapreso prosegua, in spirito di rispetto e di fiducia reciproca, contribuendo ulteriormente alla soluzione delle questioni di comune interesse”).

Quindi passa a sottolineare come l'Europa, con il Next Generation Ue, abbia imboccato la strada giusta della solidarietà e delle riforme, quelle di cui non bisogna avere paura anche se fanno traballare i vecchi schemi. A questo punto introduce il tema della crisi delle democrazie, anche di quelle più antiche e consolidate. Non cita né Donald Trump, né l'attacco al Congresso, ma sottolinea:

“Lo sviluppo di una coscienza democratica esige che si superino i personalismi e prevalga il rispetto dello stato di diritto”. Chiude il cerchio arrivando, alla fine, all'Italia e ai suoi personalismi: più piccoli, ugualmente esasperati.

La Penisola, spiega, è stata colpita per prima dal covid e più duramente che altrove. L'esortazione è “a non lasciarsi abbattere dalle presenti difficoltà, ma a lavorare unita per costruire una società in cui nessuno sia scartato o dimenticato”. E siccome l'esortazione viene messa dal Papa stesso in diretta connessione con l'imminente anniversario dantesco, ecco che alla mente non può che venire in mente la “Nave sanza nocchier in gran tempesta/non donna di province ma bordello”.  

Una tempistica particolare

Sarebbe un grave errore di prospettiva e di grammatica istituzionale quanto diplomatica mettere in diretta relazione queste parole con il fatto che l'Italia si stia affidando, in un momento di gran tempesta, ad un nuovo nocchiero, e che questi sia chiamato a gestire di fatto i fondi del Next Generation Ue. La tempistica è comunque qualcosa di ineludibile, come non sfugge nei conversari di Montecitorio il particolare che, negli ultimi tempi, talune forze politiche abbiano, se non cambiato atteggiamento su temi come l'immigrazione, almeno rinunciato ai toni più truculenti. Quindi che siano una cosa sola, se possibile. Tutto il resto è vanità.

Intanto il Vescovo di Roma è un po' più di prima il Primate d'Italia. O almeno ha compiuto un passo in questa direzione, pur senza arrivare a spedire a Firenze il suo uomo di fiducia Carlo di Valois. Dante sa bene cosa significherebbe una cosa del genere.