Papa: no a giurisprudenza creativa sul "diritto a morire"

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Città del Vaticano, 29 nov. (askanews) - Papa Francesco ha criticato le sentenze che, "in Italia e in tanti ordinamenti democratici", stabiliscono che "l'interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato" o che, "secondo una giurisprudenza che si autodefinisce 'creativa'", "inventano un "diritto di morire" privo di qualsiasi fondamento giuridico".

L'occasione è l'udienza al Centro Studi "Rosario Livatino", in occasione del Convegno Nazionale sul tema "Magistratura in crisi. Percorsi per ritrovare la giustizia". Il giudice ucciso dalla mafia nel 1990, ha ricordato il Papa, "in una conferenza, riferendosi alla questione dell'eutanasia, e riprendendo le preoccupazioni che un parlamentare laico del tempo aveva per l'introduzione di un presunto diritto all'eutanasia, egli faceva questa osservazione: 'Se l'opposizione del credente a questa legge si fonda sulla convinzione che la vita umana … è dono divino che all'uomo non è lecito soffocare o interrompere, altrettanto motivata è l'opposizione del non credente che si fonda sulla convinzione che la vita sia tutelata dal diritto naturale, che nessun diritto positivo può violare o contraddire, dal momento che essa appartiene alla sfera dei beni 'indisponibili', che né i singoli né la collettività possono aggredire'. Queste considerazioni - ha chiosato il Papa - sembrano distanti dalle sentenze che in tema di diritto alla vita vengono talora pronunciate nelle aule di giustizia, in Italia e in tanti ordinamenti democratici. Pronunce per le quali l'interesse principale di una persona disabile o anziana sarebbe quello di morire e non di essere curato; o che - secondo una giurisprudenza che si autodefinisce 'creativa' - inventano un 'diritto di morire' privo di qualsiasi fondamento giuridico, e in questo modo affievoliscono gli sforzi per lenire il dolore e non abbandonare a sé stessa la persona che si avvia a concludere la propria esistenza". In un'altra conferenza, ha proseguito Francesco, "Rosario Livatino così descrive lo statuto morale di chi è chiamato ad amministrare la giustizia: 'Egli altro non è che un dipendente dello Stato al quale è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi, che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni'. Tuttavia, si è venuta sempre più affermando una diversa chiave di lettura del ruolo del magistrato, secondo la quale quest'ultimo, 'pur rimanendo identica la lettera della norma, possa utilizzare quello fra i suoi significati che meglio si attaglia al momento contingente'. Anche in questo - ha sottolineato Jorge Mario Bergoglio - l'attualità di Rosario Livatino è sorprendente, perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè la giustificazione dello sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti 'nuovi diritti', con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo".

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