Parigi, gli "zombie" e la droga. Tra le sale del buco e il muro della vergogna

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Parigi (Photo: Danilo Ceccarelli)
Parigi (Photo: Danilo Ceccarelli)

PARIGI - “Un problema, un muro”. Suona come un’equazione la scritta sui mattoni che bloccano il sottopassaggio che collega Parigi e Pantin, mentre nel giardino a fianco decine di persone stazionano sotto lo sguardo annoiato di una pattuglia di polizia. Sono tutti tossicodipendenti, la maggior parte consumatori di crack, che la scorsa settimana sono stati evacuati dai giardini d’Eole, nel quartiere parigino di Stalingrad, e portati qui, dove il confine tra il nord-est della capitale e la banlieue “più povera di Francia” è segnato dal périphérique, l’anello autostradale che circonda la città. Per impedire che si disperdano, la prefettura ha chiuso la strada che collegava il giardino con il comune limitrofo di Pantin, del dipartimento della Seine-Saint-Denis, erigendo quello che è stato ribattezzato come “il muro della vergogna”. Una barriera percepita come un ulteriore segnale divisivo tra la grande metropoli e la periferia, per diversi aspetti già distanti anni luce.

L’iniziativa ha fatto infuriare gli abitanti e ha infiammato il dibattito politico su un tema che va avanti ormai da 30 anni, nei confronti del quale le istituzioni francesi si sono sempre mostrate inefficaci. Secondo l’Osservatorio francese delle doghe e delle tossicomanie (Ofdt), sarebbero 13mila i consumatori di droghe pesanti nella capitale e in tutta la periferia.

Quelli evacuati nei giorni scorsi sono poco più di un centinaio, sistemati alla bell’e meglio sotto una rampa del périphérique, con tende e letti di fortuna montati a ridosso dei guard rail.

Spesso vengono chiamati “zombie”, per via dello stato in cui sono ridotti a causa della “droga dei poveri”, fornita da spacciatori senegalesi a 5 euro la dose. Nel giardino molti vagano con lo sguardo assente e gli occhi stralunati. Alcuni sono giovanissimi, anche se non si direbbe a causa dei segni lasciati dalla droga, che alla maggior parte di loro ha portato via i denti. Ogni tanto qualcuno esce, si trascina fino all’incrocio e trova la forza per chiedere qualche moneta ai passanti, che tirano dritto facendo finta di non vederli.

Un piccolo esercito di invisibili, sbarcato senza nessun preavviso in una zona che di problemi sociali ed economici ne aveva già tanti. Secondo l’Insee, nella Seine-Saint-Denis il 28,4% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, mentre il tasso di disoccupazione è del 17,9%. “Questo non è un quartiere facile, portare qui quella gente significa aggiungere altro disagio”, dice Julie, che gestisce un atelier di ceramica non lontano dall’accampamento. Secondo lei, il muro rappresenta la “divisione di due mondi: da una parte loro, dall’altra noi. Così facendo la questione non si risolverà mai”.

Ma a Pantin c’è anche chi teme per la sicurezza del quartiere. “Non ce li vogliamo qui, è gente pericolosa da cui puoi aspettarti di tutto”, dice Ahmed, che ha un bar a qualche centinaio di metri e teme che i tossicodipendenti possano dare noia ai suoi clienti. “Bisogna occuparsi di loro e non abbandonarli in un angolo della città”, afferma il barista di origini tunisine da dietro il bancone. Lui, che in banlieue ci è nato, descrive la zona come un “posto tranquillo”: “Qui ci sono tutte le razze e viviamo tranquilli. Certo, ci sono molti immigrati irregolari, ogni tanto ci danno qualche fastidio, ma tutto sommato si sta bene”. Il muro? “Se serve a tenerli lontano, ben venga. Ma non è possibile lasciarli in quello stato, bisogna fare subito qualcosa”.

Una bomba sociale a orologeria, secondo Adrian, studente spagnolo arrivato in Francia poco più di un anno fa. “Non credo che ci saranno effetti nell’immediato, ma sul lungo termine una simile situazione non può reggere”. Il ragazzo originario di Barcellona ha l’impressione che le istituzioni “continuano a nascondere un problema che non scomparirà da solo”.

Il dossier rappresenta da anni un rompicapo per le autorità e con l’avvicinarsi della elezioni presidenziali assume una sfumatura politica ancora più forte. La sindaca Anne Hidalgo, che ha già annunciato la sua candidatura, ha cercato di risolvere la questione aprendo nel 2016 nei pressi della stazione di Gare du Nord la prima “sala del buco” della città, dove è possibile consumare eroina sotto controllo medico. Un progetto giudicato positivamente da diversi studi, come quello realizzato quest’anno dall’Istituto nazionale della salute e della ricerca medica di Parigi (Inserm), che ha notato diversi effetti positivi sulla salute dei consumatori. Ma l’iniziativa dopo pochi mesi ha portato all’esasperazione gli abitanti del quartiere per l’arrivo di decine di tossicodipendenti nella zona. La prima cittadina conta di aprire nuovi centri in città, nonostante le proteste dei cittadini e delle opposizioni di destra. “La soluzione consiste nell’aprire una struttura di disintossicazione invece delle ‘sale del buco’ che disturbano l’ordine pubblico a Parigi e incoraggiano il consumo”, ha detto Valérie Pécrésse, presidente dell’Ile-de-France vicina ai Repubblicani e già in corsa all’Eliseo.

In un simile dibattito, il governo non sembra avere una linea chiara. Il presidente Emmanuel Macron nella sua recente virata a destra ha posto la lotta al traffico di stupefacenti tra le priorità dell’esecutivo, mandando in prima linea il suo ministro dell’Interno Gerald Darmanin. Ma il premier Jean Castex a metà settembre ha dato il via libera alla creazione di nuove “sale del buco” a Parigi, mentre il ministro della Salute Olivier Veran ne ha annunciate due all’anno in tutta la Francia. Intanto, il problema a Parigi è ancora lontano dall’essere risolto.

Parigi (Photo: Danilo Ceccarelli)
Parigi (Photo: Danilo Ceccarelli)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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