A Parigi per blindare il voto in Libia (che non vuole quasi nessuno)

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TRIPOLI, LIBYA - NOVEMBER 9: A view of session organized with the attendances of Deputies of the House of Representatives, members of the State Supreme Council, mayors and civil society representatives objecting to the legislative arrangements for the presidential and parliamentary elections scheduled for 24 December in Tripoli, Libya on November 9, 2021. (Photo by Mücahit Aydemir/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)
TRIPOLI, LIBYA - NOVEMBER 9: A view of session organized with the attendances of Deputies of the House of Representatives, members of the State Supreme Council, mayors and civil society representatives objecting to the legislative arrangements for the presidential and parliamentary elections scheduled for 24 December in Tripoli, Libya on November 9, 2021. (Photo by Mücahit Aydemir/Anadolu Agency via Getty Images) (Photo: Anadolu Agency via Getty Images)

Non basterà una riunione di tre-quattro ore a sciogliere i tanti nodi della crisi della Libia, da dieci anni alle prese con convulsioni più o meno violente. L’instabilità libica, che deve preoccupare l’Italia più di chiunque altro non solo per l’aumento allarmante degli sbarchi di migranti, torna all’ordine del giorno della conferenza indetta per domani a Parigi dal Governo francese. I lavori saranno co-presieduti, oltre che dalla Francia, da Italia, Germania, Libia e Nazioni Unite. Lo sforzo è corale e inclusivo, ma l’aspettativa di svolte concrete resta modesta.

Il timing della conferenza non è felice. Da mesi si è concordato di far svolgere in Libia elezioni presidenziali e parlamentari il 24 dicembre, scadenza formalizzata anche dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu (risoluzione 2570, dell’aprile 2021). Per giungere al traguardo è stato insediato un governo transitorio. In principio, le elezioni costituiscono il migliore strumento per affidare agli stessi libici il destino del loro Paese in uno spirito di concordia e pacificazione. In pratica, occorre verificare con cura le condizioni sul terreno per una consultazione elettorale utile e non invece, come si può temere, controproducente o persino pericolosa.

Indice eloquente del ritardo sulla tabella di marcia sono le divisioni tra le fazioni libiche. A poco più di un mese manca tuttora un’intesa sulla legge elettorale, sull’accorpamento o meno delle elezioni presidenziali e parlamentari, sulla ammissibilità di una candidatura dell’attuale primo ministro, il ricco imprenditore Abdul Hamid Dbeibah, in certa misura vincolato da un mandato di mero traghettatore verso il voto. All’incertezza contribuisce il contrasto tra Dbeibah e il capo del Consiglio presidenziale, Mohamed al-Menfi, vicino alla Turchia, mentre non accennano a diminuire le tensioni tra Tripolitania e Cirenaica, quest’ultima ancora sotto l’influenza di Haftar e delle sue ambizioni nazionali.

A Parigi, dicono i francesi, tutti potranno esprimersi e consolidare il percorso verso la normalizzazione, attraverso le elezioni. L’importante è “il processo”. Giusto, il problema però è che in realtà le elezioni non le vuole nessuno. Non ne sono entusiasti i clan e le milizie che si sono ritagliati notevoli quote di controllo del territorio e di potere; non le vuole la classe politica che teme di uscirne ridimensionata. Tanto meno le vedono di buon occhio i convitati di pietra, Turchia e Russia, interessati a mantenere la propria presenza militare nel Paese: Ankara e Mosca paventano che una dirigenza libica in qualche modo legittimata dal voto potrebbe sollevare con maggiore vigore la questione del ritiro delle truppe straniere, anch’esso richiesto dalle Nazioni Unite.

Ma una volta lanciata nelle settimane scorse, anche per ragioni di politica interna, la proposta della conferenza, per i francesi sarebbe stato difficile frenare. Sicché a Parigi, dove la delegazione italiana sarà guidata da Mario Draghi, potrebbero prendere forma due diverse visioni, che bisognerà armonizzare con qualche formula scritta col bilancino. Quella secondo cui qualche piccolo passo avanti, anche se imperfetto, è pur sempre preferibile allo status quo. E quella di chi ritiene che un’elezione non ben preparata possa portare a un risultato non riconosciuto da tutti e alimentare nuove tensioni, se non scontri armati. Sullo sfondo si riaffaccia lo spettro di una partizione del Paese, che pure era sembrato allontanarsi dopo qualche recente segnale distensivo.

A una partizione di fatto, o quanto meno a una divisione salomonica delle rispettive sfere di influenza, stanno verosimilmente pensando Erdogan e Putin, all’apparenza impegnati con le truppe su due fronti contrapposti, in ultima analisi interessati a dividersi il bottino: la Turchia si sente legittimata dall’aiuto determinante offerto a Tripoli nel conflitto con Haftar; la Russia si nasconde dietro lo schermo dell’asserita natura “privata” dei combattenti della Wagner radicati in Cirenaica. E nessuno dei due vede alcuna ragione per togliere le tende.

Nell’intrigo libico il fioretto dei diplomatici deve fronteggiare la scimitarra dei militari stranieri impegnati lì. La storia potrebbe andare a finire in uno scenario “siriano”, in una frammentazione più o meno cristallizzata in diverse zone di influenza, con una fragile autorità centrale e un’instabilità endemica. Sarebbe il quadro più propizio per chi ha già gli stivali sul terreno. E il peggiore per noi e per l’Europa, purtroppo timida e lontana.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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