Parte dall’Abruzzo la mutazione genetica del Pd

Rudy Francesco Calvo

Una leggerissima inversione di tendenza. Si deve accontentare di questo il Partito democratico all'indomani delle elezioni in Abruzzo. Ma di questi tempi il risultato di Giovanni Legnini e della sua coalizione appare quasi una manna dal cielo, soprattutto se confrontato con il tracollo del Movimento Cinquestelle e se ad esso si aggiunge la vittoria alle suppletive di Cagliari di tre settimane fa.

Secondo i primi flussi elettorali analizzati dall'Istituto Cattaneo, il centrosinistra rispetto alle politiche dello scorso anno ha arrestato la fuoriuscita di consensi in direzione M5S. Anzi, una quota seppur piccola di quegli elettori che nel 2018 si è spostata dal Pd ai grillini è persino tornata indietro. Non necessariamente a sostenere il partito del Nazareno, che anzi è costretto a registrare l'ennesimo calo di 40mila voti in meno di un anno (-2,7%), ma quantomeno a schierarsi con Legnini, che raccoglie 12mila preferenze in più rispetto alla coalizione, o anche con una delle liste civiche che lo hanno sostenuto.

La distribuzione dei consensi sotto simboli diversi non è stata certo un caso. Anzi, è l'effetto voluto di una campagna impostata tutta sulla figura autorevole e ben radicata del candidato presidente e sulla capacità di aggregare movimenti e personalità di area (e anche oltre) che non si riconoscono sotto i tradizionali simboli di partito. "Non ho mai voluto nascondere il Pd – spiega lo stesso Legnini – ho voluto dire una verità: il Pd da solo non basta per tornare ad essere competitivi. È un dato oggettivo. È comunque necessario immaginare una coalizione che vada ben oltre il Partito democratico".

È in questo senso che si può parlare di un "modello Abruzzo", che rappresenta una vera e propria mutazione genetica del Pd, che abbandona la vocazione maggioritaria (ormai ritenuta inadeguata ai tempi anche dal suo stesso autore, Walter Veltroni) per ritornare alla vocazione coalizionale. Un tema che entra prepotentemente nello scontro...

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