I partiti litigano su Open ma dimenticano che la questione non riguarda Renzi ma il ruolo del Parlamento

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ROME, ITALY - DECEMBER 11: Leader of Italia Viva Matteo Renzi attends the political meeting for right wing activists
ROME, ITALY - DECEMBER 11: Leader of Italia Viva Matteo Renzi attends the political meeting for right wing activists

Le turbolenze che incombono sul voto per il Quirinale, il dubbio di fiato corto della legislatura, il “campo largo” che il Pd vorrebbe arare insieme ai Cinquestelle, le contorsioni della nuova leadership di Giuseppe Conte, l’ambizione di Matteo Renzi di essere ago della bilancia del sistema politico ridisegnandone le geografie. Sono tutti elementi che proiettano un alone di sospetti e recriminazioni sulla vicenda della Fondazione Open. Intrecciando arbitrariamente gli aspetti politici con quelli giudiziari. E rischiando di impedire al Parlamento di valutare in modo sereno, distaccato e oggettivo, una questione non certo secondaria per le istituzioni: se i pm di Firenze hanno o meno violato le guarentigie costituzionali del senatore Renzi, acquisendo illegittimamente - ovvero senza autorizzazione preventiva della Camera di appartenenza, ex articolo 68 della Carta - le intercettazioni di alcuni Whatsapp (con un imprenditore sulle spese della Fondazione) e l’estratto conto bancario dell’ex premier, finiti su tutti i giornali.

Accade che martedì in Giunta per le Autorizzazioni e le Immunità del Senato Cinquestelle e Pd si astengono in modo “tecnico” sulla decisione di aprire un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta sul comportamento dei pm (votata comunque ad ampia maggioranza da centrodestra e Italia Viva). Motivo: la mancanza nel fascicolo di atti fondamentali a sviscerare la fattispecie. Ventiquattr’ore dopo, sommerso dalle critiche della base e dei suoi parlamentari, Giuseppe Conte fa retromarcia: “In aula voteremo contro chi vuole mettere i bastoni tra le ruote della magistratura sul caso Renzi, non esistono astensioni su questioni morali”. Quei documenti non paiono più così necessari: “Renzi deve difendersi nel processo e non con gli stratagemmi, non lo abbiamo salvato, la nostra posizione è stata fraintesa e stravolta”. Addirittura promette che, anche se lo scrutinio sarà segreto, “riconoscerete i nostri numeri”. Gli fa eco il ministro Luigi Di Maio: “Non dobbiamo snaturarci, bene Conte a dire che voteremo contro”. Decisione già presa, dunque, su un punto dirimente non (solo) per il diretto interessato ma per il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato.

Ma il sospetto di non aver voluto rompere il cordone ombelicale con i principali alleati si allunga anche sui Dem, accusati senza mezzi termini da renziani e forzisti di aver privilegiato l’asse strategico-elettorale a scapito del garantismo. Accuse che i senatori respingono, mentre filtra la ricostruzione che i tre M5S volessero voltare contro e che sia stata la moral suasion Pd a spingere per l’astensione. Il Nazareno promette “massima serietà nella ricognizione del dossier e nell’analisi dei documenti” in vista di una “posizione rigorosissima sul merito”. Che al momento non è stata presa, ma fretta non c’è: l’aula di Palazzo Madama è impegnata con la manovra, tra le feste e il voto per il successore di Mattarella restano meno di due settimane. Salvo complicate anticipazioni, il voto sarà calendarizzato dopo il Quirinale, e sarà un’altra storia. Dove l’eventuale no grillino e astensione Pd lascerebbe comunque i numeri a favore di Renzi: Lega, Fi, Coraggio Italia confermeranno, infatti, la loro scelta.

Renzi - personalità per sua ammissione divisiva, ruggini con il suo ex partito e con Letta, conflitto frontale con la magistratura - sembra fatto apposta per esasperare i chiaroscuri. Attacca: “Quello che era un partito riformista e garantista insegue oggi Conte e i suoi adepti nel peggior populismo, quello giudiziario”. Incassa la solidarietà di Matteo Salvini “avversario politico ma schifato leggendo le chat sui giornali”. E il sostegno del centrista Gaetano Quagliariello: “La scelta del Pd è più politica che tecnica, con l’astensione non perdono il contatto con il giustizialismo degli alleati senza sconfessare l’orientamento garantista del passato”.

Dal Nazareno contrattaccano con una lettura diversa. Anch’essa politica: l’asse “granitico” tra renziani, Forza Italia e Lega. Sottolineando la “veemenza” e il “surplus di passione” con cui soprattutto gli azzurri “difendono” le tesi di Renzi. Dem e Cinquestelle mettono nel mirino l’”accelerazione” della Giunta (presieduta da Maurizio Gasparri) che ha deciso a sorpresa di votare la relazione dell’avvocatessa forzista Fiammetta Modena proprio il giorno prima che Renzi andasse dalla Procura di Firenze. Insomma, sospettano un “trappolone”.

Fatto sta che l’altro ieri la seduta era destinata a votare soltanto le pregiudiziali (poi bocciate) presentate da Piero Grasso di Leu per sospendere la procedura attivata dalla lettera alla Casellati in cui Renzi chiedeva “la tutela delle proprie prerogative costituzionali”. Invece, è entrato in campo il conflitto di attribuzioni di fronte ai giudici costituzionali. Anna Rossomando – unica esponente Pd e responsabile Giustizia del partito – ha ritenuto di non poter decidere senza l’acquisizione (negata dalla maggioranza Fi-Lega-Iv in Giunta) del decreto di perquisizione e del verbale di sequestro delle prove. Da questa assenza di un “supplemento di istruttoria” è nata l’astensione “tecnica”, condivisa dalla capogruppo M5S, l’avvocatessa Elvira Evangelista. Il prossimo appuntamento sarà in aula. E anche il Pd dovrà decidere cosa fare.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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