Passarelli: "Anche al governo Salvini resta uno di estrema destra. La svolta europeista è un inganno"

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Matteo Salvini e Gianluca Passarelli (Photo: Getty/Hp)
Matteo Salvini e Gianluca Passarelli (Photo: Getty/Hp)

“La Lega non è cambiata andando al governo con Draghi. Resta un partito di estrema destra. Salvini è tra l’incudine di parte dell’élite interna che vuole rimanere al governo e il martello della perdita di consensi a favore di FdI. L’unica strada che ha di fronte è aumentare il clima da campagna elettorale. Ma a febbraio dovrà decidere se uscire dalla maggioranza”. Gianluca Passarelli, professore associato di Scienza Politica alla Sapienza e ricercatore dell’Istituto Cattaneo, è autore – insieme al collega bolognese Dario Tuorto – del libro “La Lega di Salvini. Estrema destra di governo” pubblicato dal Mulino a settembre 2018. E per HuffPost analizza le mosse del leader leghista in Italia e in Europa.

Professore, nel libro vi riferite all’esperienza del primo governo Conte, quello gialloverde. Come è cambiata nel frattempo la Lega?

Non è cambiata per nulla. E’ una grande distorsione ottica dei commentatori e dei media. Resta un partito di estrema destra, con una torsione compiuta dopo gli anni di Bossi, e fa di tutto per confermare questa natura. Aggiungo che solo in Italia non si vede: in Europa la Lega è considerata esattamente così. E lo si vede anche dagli alleati che sceglie. In Francia nessuno mette in dubbio che il partito della Le Pen sia di estrema destra. Da noi invece le sortite leghiste vengono derubricate a boutade, leggerezze, cattive interpretazioni.

Non si può negare che ci sia stato un cambio di passo con la decisione di Salvini di sostenere il governo Draghi, la pur “incompiuta” svolta europeista…

Lo ripeto: è un grande inganno. Parliamo di due dimensioni che non si sovrappongono. Quando Haider andò al governo in Austria, tutte le cancellerie europee fecero muro. Certo, erano altri tempi, ma solo Berlusconi riesce a dire che chi ha sdoganato fascisti e leghisti è lui. Non è in discussione il tasso di democraticità del governo Draghi, ovviamente, ma parteciparvi non cambia la natura della Lega.

Vuol dire che lo scontro tra Salvini e Giorgetti, tra partito di lotta e di governo, è fumo negli occhi?

Movimenti ci sono. Ma Giorgetti rappresenta il partito? Nemmeno per sogno. Rappresenta una parte dell’élite interna che raccoglie zero voti. Ecco perché non è credibile la prospettiva di scissione: elettoralmente la Lega è Salvini. Poi, Giorgetti ha sempre votato tutto, compresi i decreti sull’immigrazione. Infine, ci sono i governatori che vogliono gestire i fondi del Pnrr e dunque sono “governisti”. Ma il punto è sempre lo stesso: il consenso nelle urne.

La leadership del Capitano, per quanto ammaccata dalle amministrative e dai sondaggi, allora non è scalabile?

E’ possibile che lo sia. Del resto, è tramontata quella di Bossi, fondatore e capo carismatico. Ma se arrivasse un leader non radicale, diventerebbe un altro partito perché la Lega è saldamente piantata su una linea politica: contro l’immigrazione. L’uscita di questo tema dall’agenda politica è uno dei motivi della crisi di Salvini.

Ma perché la Lega non riesce a mutare pelle quando al centro ci sono le praterie?

Perché il suo elettorato è quello. Davanti al famoso gelato di Giolitti, Giorgetti ha condotto Salvini al governo. Lui, per tattica o ingenuità, ha accettato, ma ha capito presto che quella strada indebolisce lui nel partito e il partito stesso. Alla lunga, sarà considerato come parte di una grande coalizione, gli elettori gli chiederanno: dov’eri quando cancellavano Quota 100? Sul ddl Zan, se fosse passato, sarebbe stata la stessa cosa.

Quanto incide la competizione con Giorgia Meloni?

Moltissimo. Il leader leghista è tra l’incudine e il martello. Tra le pressioni di quell’élite che per ragioni oggettive e legittime vuole rimanere al governo e il calo nei sondaggi, che per me è persino sotto il 17%. Così convoca il consiglio federale per mostrare i muscoli e ribadire che comanda lui. E del resto, i parlamentari che vogliono essere rieletti si sentono garantiti da lui e non da Giorgetti che fa un altro mestiere.

Sintetizzando: se Salvini si “giorgettizza” perde terreno rispetto a FdI, se invece torna il Capitano al 100% il sogno di Palazzo Chigi svanisce. E’ una partita lose-lose destinata all’implosione. Come ne esce?

Credo che l’unica strada che gli resti sia aprire sempre di più alla campagna elettorale. Intestarsi un partito, magari più piccolo, ma di cui è il capo indiscusso e con cui il centrodestra dovrà fare i conti. Controllare un potere minore per potersi riorganizzare. Non andrà a Palazzo Chigi, ma qualsiasi aspirante dovrà trattare con lui.

Non le sembra un pesante ridimensionamento di ambizioni?

Se uno si professa rivoluzionario, finire tacciato di tradimento è facile. Salvini sa che se continua a mescolarsi in una coalizione indistinta rischia di perdere la fiducia della base che lo considera corresponsabile delle scelte. E ha già capito che con Draghi, che si comporta da leader vero, le sue proposte non passano. Così serra i ranghi e vede chi lo segue.

Dobbiamo aspettarci l’ottovolante continuo o lo strappo finale?

Stare sulla graticola per un anno è complicato. Dopo il voto per il Quirinale la Lega dovrà decidere se uscire dal governo.

La Lega nel Ppe lei ce la vede? O anche questo è un film solo italiano?

Le alleanze come i matrimoni si fanno in due, e bisognerebbe capire come la pensano davvero nel Ppe. Ma poi Salvini non vuole: è in ottimi rapporti con Vox e Le Pen, va a braccetto con Orban, Giorgetti gli rinfaccia la simpatia per l’Afd. Cos’altro deve fare per segnalarci che la sua identità è quella? Siamo noi che ostinatamente non gliela riconosciamo.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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